Il piccolo atelier sulla Senna

Il piccolo atelier sulla Senna

Da quando la sua mamma è morta, è la zia Brigida che si prende cura di Teresa. Lei è una ragazzina che si lega agli oggetti del passato, tanto che non riesce a separarsi nemmeno dai suoi vecchi vestitini e ritaglia un pezzettino di stoffa per averne sempre un ricordo. La zia che l’accoglie, quando all’età di quasi otto anni rimane orfana, è la gemella di sua madre. È una donna che odora di cognac misto a profumo e che organizza la sua vita in modo tale da crescerla a sua immagine e somiglianza: orari, scuola, studio, persone e luoghi da frequentare, tutto ciò che è consono a “gente come loro”. Teresa deve ritagliarsi spazi per respirare, questi stessi spazi che sono fuori dal controllo della zia. È per questo che riesce a trattenere il respiro a lungo, anche per due minuti! Ma non è che la vita sia così cattiva con Teresa! Tant’è che passano gli anni e si ritrova ormai donna, non sposata, ma di sicuro ricchissima: vive a Madrid nell’attico (l’appartamento più bello di tutta la città) che le hanno lasciato i genitori e lavora anche alla Fondazione che ha ereditato da loro. Passa i pomeriggi a leggere o in giro per negozi di antiquari. Va anche “distrattamente” a lezione di pittura, due pomeriggi a settimana per tre ore, con altre quattro donne come lei ricche e annoiate, ma soprattutto sole, che amano l’arte più che esservi portate. E tutte e cinque, Rosa, Maribel, Isabel, Immaculada e Teresa, disegnano. L'insegnante è un anziano pittore di ottantatré anni e tiene le sue lezioni (che a volte diventano quasi sedute di psicoterapia) in una sala con grandi vetrate...

La storia di Teresa diventa quella di Alice e viceversa: avventure e disavventure si snodano tutte intorno al negozio di Parigi in rue Pont Louis-Phillippe al numero 10. Due donne a confronto, due esistenze che partono da situazioni economiche diverse, una al massimo della ricchezza e del benessere, l’altra in uno stato di estrema povertà; due storie ambientate anche in epoche diverse, una contemporanea, l’altra che si snoda nei favolosi Anni Venti; entrambe intense, appassionate, con due belle figure di donne nelle quali riconoscersi o anche solo... mantenere le distanze. La storia ha un crescendo in termini di intrecci tra le due vite e di sorprese e colpi di scena. Ha la capacità di catturare il lettore sempre più incuriosito e con una voglia folle di sapere che cosa succederà nella pagina successiva, come andrà a finire, facendo il tifo per uno o per l’altro personaggio, auspicando un matrimonio, condannando un’amicizia o un comportamento troppo osé, troppo violento, troppo audace, o al contrario di tutto, troppo castigato, morigerato, vergognoso di mostrare i propri sentimenti. Perché lo stile dell’autore, Maxim Huerta (e pensare che è un uomo e sa raccontare così bene le due donne!), è così coinvolgente che ci si ritrova negli atelier dei pittori a Parigi, nei locali alla moda negli Anni Venti, accanto a “Modì” (Amedeo Modigliani) e a tutti i suoi colleghi artisti o nella maison di Cocò Chanel, tra le sartine e le impalpabili stoffe di seta, o per una qualsiasi strada di Parigi, così tanto protagonista nel romanzo, mentre fa da location e romantico sfondo a tutte le storie.



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