Il piccolo principe

Di progetti incompiuti o di progetti che tali sono rimasti, il genio di Orson Welles ne ha conosciuti più d'uno. Vuoi per il suo carattere poco accomodante, vuoi per il portato rivoluzionario della sua concezione di cinema, il regista che ha cambiato il corso della settima arte non solo con “Quarto Potere” si è spesso trovato a combattere con l'impossibilità di realizzare quello che aveva in mente. Parliamo di film che a volte restavano semplicemente un'idea, che altre si sviluppavano attraverso sceneggiature mai realizzate o che, in casi ancora più estremi, non riuscivano a trovare compimento nonostante una fase produttiva più che avanzata (un esempio su tutti, “F come Falso”). La sceneggiatura de “Il piccolo principe”, dal romanzo omonimo di Antoine De Saint-Exupéry, è uno di quei progetti mai decollati, che rischiava di essere perso per sempre se non fosse stato recuperato, quasi fortuitamente dagli archivi Lilly dell'Indiana University che contengono i manoscritti (e dattiloscritti) di Orson Welles. Eccola invece ricondotta sapientemente fuori dall'anonimato per i (pochi?) fortunati che avranno il piacere di leggerla…
Il geniale cineasta, autore de “Il processo”, con Anthony Perkins, si è innamorato del breve libro dello scrittore francese fin dai primissimi giorni dalla sua uscita. Folgorato, ha deciso di provarne a fare un adattamento con la collaborazione della Disney, che ne avrebbe dovuto curare gli inserti in animazione. A causa di una differente visione delle cose il progetto naufraga (celebre la battuta che avrebbe pronunciato Walt Disney che recitava “... in questo studio non c'è abbastanza spazio per due geni”, lasciando l'adattamento de “Il piccolo principe” solo una sceneggiatura scritta (e riscritta, viste le diverse stesure ritrovate) da Orson Welles. Inutile sottolineare che occasione sprecata rappresenti questo fallimento, meglio rilevare come il confronto tra l'estro di Welles e quello di De Saint-Exupéry, avrebbero potuto dare vita ad una gemma il cui luccichio si può intuire anche dalle poche pagine che compongono il volume. Volume che, tra l'altro, è un piccolo gioiello per cura e confezione (come, ad onor del vero, sono gran parte dei libri Bompiani): partendo dalla copertina con scritte in leggero rilievo, per arrivare ad una curatela attenta e precisa (vedi le note nella prefazione), passando per una postfazione in cui Enrico Ghezzi riesce persino ad essere meno criptico e visionario del solito. Per sognare ad occhi aperti l'ennesimo capolavoro di Orson Welles.

 

 

 

 
 
 
 
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