Il piccolo villaggio

Il piccolo villaggio
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Seine-et-Oise, presso Uzelles. XIX secolo. In un mattino ardente di luglio, “sotto un sole che sembrava di metallo fuso e faceva luccicare il cielo come fosse stato d’argento”, Richard Fénigan, un giovane trentacinquenne, cacciatore e pescatore, ritira le sue nasse dalla Senna. Un insolito rintocco di campane, infatti, lo ha spinto a ritornare al castello. I mormorii, gli sguardi insoliti delle persone lungo il tragitto, la loro malcelata ironia, niente di tutto questo lascia presagire al buon Richard quello che, di fatto, è appena accaduto in casa sua. Lydie, la sua giovane moglie, quella mattina non era voluta scendere con lui al fiume, come faceva ogni qualvolta il marito andava a controllare le nasse. Ma, al suo ritorno, non è nemmeno più a casa. È scomparsa... Tocca alla signora Fénigan dire al figlio – freddamente e con tono di rimprovero – che Lydie è fuggita via, e non da sola, ma insieme a Charlexis, figlio (appena diciottenne e acclamato dongiovanni) del generale Alexis Dauvergne, loro vicino. Richard è forse tra i pochi a non essersi accorto di nulla, mentre la signora Fénigan, in fondo, non ha mai vista di buon occhio quell’orfanella che a loro doveva tutto e che, ora, invece, li ripaga in quel modo assurdo...

Alphonse Daudet, scrittore e drammaturgo francese, vissuto nel XIX secolo (tra le sue opere ricordiamo Lettere dal mio mulino e L’arlesiana musicata, poi, da Bizet), affronta a viso aperto la realtà del suo tempo e la ripropone pregna di verità e, insieme, d’umanità. Non si limita a fotografare quel che vede, ma lo denuncia e, nel raccontarlo – come tutti gli scrittori – lo vive. Il romanzo si apre in un insolito mattino afoso: un caldo opprimente spossa il protagonista, un uomo flemmatico e tiepido, che vive in un villaggio all’apparenza altrettanto stagnante. Una passione nuova, proprio come quel calore asfissiante portato dall’estate, spazza via quella coltre di fredde finzioni. I nodi tornano al pettine, già preannunciati dalla descrizione – precedente alla scoperta della fuga della donna – da parte dell’autore della “Parrocchia del buon cornuto”. Il lettore, come spesso accadrà nel corso del romanzo, intuisce già (e, in ciò, Daudet svela tutta la modernità dei suoi intrecci, laddove l’ipocrisia non conosce vecchiezza). Un occhio un po’ più critico cade, però, sulle figure femminili, la cui genuinità è, spesso, messa in discussione (“la timidezza della donna più timida non somiglia a quella dell’uomo, perché la donna conserva sempre, malgrado tutto, il sentimento, la sicurezza del suo fascino”), ma comunque capita, giustificata, ascoltata. Non c’è azione che non sia anche e prima di tutto psicologica, poiché mossa da un sentimento svelato, spiegato. Non ci si accontenta del vedere, del raccontare, ma si vuol capire e far capire, e forse proprio per questo si ha bisogno dell’ironia, quale occhio necessario a correggere l’umana presbiopia.



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