Il piccolo Zaccheo detto Cinabro

Il piccolo Zaccheo detto Cinabro

Il piccolo e ameno principato, dopo la morte del principe Demetrius, non sarà più il luogo del caos e dei miracoli che è stato fino a quel momento. Le fate al bando: non riusciranno a trasformare quella terra nel loro Dginnistan. Altro che favole, è necessario instaurare l’Illuminismo! Così fa il giovane principe Paphnutius, appena succeduto al suo buon padre, su consiglio del suo cameriere Andres, elevato al ruolo di primo ministro del regno. L’unica creatura magica ammessa ancora nel principato è la fata Rosabelvedere, che con argomenti piuttosto persuasivi, riesce a convincere il principe ad ammetterla nell’unico pensionato per signore del paese, con il nome fittizio di signorina von Rosenschön. Un bel giorno, mentre la fata passeggia per i boschi nei pressi del villaggio Hoch-Jakobsheim, incontra una povera contadina fiaccata dal sole cocente e dalla gerla di legna secca che porta in spalla. Proprio in quel cesto la fata trova il figlio della donna. Deforme, ritorto, piccino: lo si potrebbe scambiare per un pezzo di legno o per una mandragola, quel mostriciattolo. La fata, mossa a compassione, vuole aiutare quella “orrenda bestiola”, donandogli una folta e lucida chioma e un potere assai particolare, grazie al quale potrà affrontare il vasto mondo…

La fiaba che narra le grottesche vicende del piccolo Zaccheo detto Cinabro parte dal termine “wechselbalg”, che indica un bambino deforme, simile a un mostro, che nella tradizione popolare germanica si pensava fosse da attribuire a uno scambio in culla attuato da gnomi o creature magiche. Zaccheo è parte del vasto mondo fantastico scaturito dalla mente di uno dei maggiori esponenti del romanticismo tedesco, E.T.A. Hoffmann. L’edizione Nottetempo aggiunge alla fiaba le gustose illustrazioni di Steffen Faust (che sparge qua e là il grazioso gatto Murr intento a scrivere, tributo a una delle opere più note di Hoffmann), grazie alle quali il lettore riesce a visualizzare ancor meglio le fattezze dell’omuncolo che, grazie all’incantesimo della fata buona, riesce ben presto a conquistare tutto il principato illuminista e la buona società di corte, nonostante la sua grottesca figura e i suoi modi rozzi e ferini. Il suo nuovo nome infatti è Cinabro, uno fra i minerali nobili più importanti nella ricerca alchemica dell’immortalità. Come ogni fiaba della tradizione, anche la narrazione di Hoffmann ha una duplice lettura: da una parte la vicenda nuda e cruda, una storia di scambi e finzioni, di amori osteggiati e di difficoltà, dall’altra la morale annessa. L’eroe in questo caso è il giovane studente Balthasar, che mal sopporta l’illuminismo di corte e in particolare del suo professore di scienze naturali Mosch Terpin: l’unico motivo per cui frequenta le sue lezioni è l’amore che prova per sua figlia, la dolce e bella Candida. Balthasar, in tutto il regno, è l’unico che riesce a scorgere la vera natura di Zaccheo. La perfezione di Cinabro per lui non è altro che un sordido inganno. Per dimostrarlo, viene in suo soccorso il medico Prosper Alpanus, che in realtà è un potente mago e alchimista. Fra le pagine si scorge la feroce lotta fra romanticismo e illuminismo, e una critica alla società che si perde nelle apparenze e dimentica la sincerità della natura. Ma, nonostante questo, è impossibile non provare simpatia per il bizzarro ometto, più disgraziato che diabolico.



 

 

 

 
 
 
 

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