Il pittore di ex voto

Il pittore di ex voto

Dopo molti anni di assenza, Fulvio, matematico fiorentino, per la seconda volta in tre settimane prende la funicolare per raggiungere il santuario della Madonna di Montenero, a due passi da Livorno. Quel luogo lo frequentava spesso da ragazzo, nel periodo in cui era uno degli ospiti di Casa Firenze, il collegio della vicina frazione di Antignano. Periodo strano, quello, non facile. Non era stato mai chiarito perché la madre ce lo avesse mandato, né, d’altra parte, perché sua sorella fosse stata simultaneamente portata a vivere da una zia. Ad ogni modo, quella parentesi della sua infanzia gli ha regalato anche dei bei ricordi, che ora, tornato sui luoghi, riaffiorano potenti. Si ricorda di Luca, il figlio dell’infermiera Luciana, affetto da poliomielite e diventato molto amico suo e di Thomas, il ragazzo che era nel collegio da più tempo e che, proprio per quella ragione, era un punto di rifermento per tutti. Poi c’erano la maestra Lucia, che gli aveva trasmesso la passione per la matematica; il pescatore Alfonso, il factotum di Casa Firenze; la cuoca Margherita, che si vociferava fosse la madre di Thomas. Ma soprattutto c’erano gli ex voto, che, conservati a centinaia in una sala del vicino santuario di Montenero, l’avevano sempre attratto e respinto al tempo stesso. Proprio quella sala, e non l’ex collegio, è il luogo verso cui ora Fulvio è diretto, nascondendo in un involto il motivo delle sue visite ravvicinate…

Descrivere la scrittura di Paolo Codazzi non è semplice. Ricca di nozioni ma anche di poesia, arcaica nella forma ed attuale nel messaggio, abbondante di riferimenti a vari ambiti del sapere, ma con uno scopo preciso. Un modo di scrivere che non si incontra facilmente nel panorama attuale, densamente popolato da frasi nominali, periodi brevi e puntini di sospensione. Qui, lo scenario è tutto diverso: assenza di dialoghi, rari i punti fermi, pioggia di subordinate. Elementi che, se a prima vista possono scoraggiare, dall’altra inducono/costringono a praticare un’arte spesso sottovalutata, se non addirittura dimenticata: la lentezza. Il libro non può essere, infatti, letto velocemente. Il salto della riga o, addirittura, della pagina, troppo carica di momenti descrittivi e/o introspettivi, rischia di compromettere la comprensione globale dell’opera. Il voler “andare al sodo”, ricercando il recitativo nascosto tra le arie, non è consigliabile, perché, spesso e volentieri, è proprio nelle parti apparentemente liriche che la trama si snoda ed i dubbi si dissipano. E quindi, oltre alla lentezza, il libro invita anche ad un’altra nobile pratica: la pazienza, che, come da adagio popolare, alla fine verrà ripagata. Abilmente disseminati per tutta la lunghezza del romanzo, quelli che all’inizio sembrano semplici ricordi di un ex ragazzo, si caricano progressivamente di un peso crescente, che ne fanno i cardini di una vicenda corposa e connotata da una buona (ed inaspettata) dose di suspense. Pur mancando i termini dialettali e le vette altissime di preziosità lessicale, pensare alla prosa colta e musicale di Vincenzo Consolo risulta inevitabile.



 

 

 

 
 
 
 

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