Il popolo della Luna

Giugno 1967. Sono passati soltanto due mesi dall’euforia collettiva che ha accolto la fine della guerra mondiale durata quasi senza interruzioni dal 1914 e il disarmo totale di tutte le nazioni, che un nuovo annuncio fa impazzire il mondo di gioia: è giunto un messaggio da Marte, un messaggio di benevola fratellanza che è stato trasmesso alla radio e ha scatenato la fantasia dell’intera umanità. Anche a bordo dell’aeronave transoceanica “Harding”, in viaggio da New York a Parigi, si brinda e si fa festa. Tra i commensali del narratore c’è un tipo di bell’aspetto, atletico e con l’espressione da guerriero. Indossa un’uniforme dell’Aeronautica Militare d’Oltremare, con i gradi di Ammiraglio e fa discorsi strani sul Tempo e sullo Spazio. Quando il militare rivela di non aver trovato una cabina libera e di doversi arrangiare a dormire sul ponte, il narratore – che ha una cabina con due letti ma viaggia solo perché all’ultimo momento il suo segretario si è ammalato – lo invita a dormire da lui. L’uomo accetta di buon grado e più tardi, davanti a una bottiglia di vino e un vassoio di pasticcini, si lascia andare e racconta una stranissima storia. Sostiene di chiamarsi Julian e di ricordare le sue precedenti incarnazioni ma anche quelle future, e quindi di aver vissuto molte vite. La più avventurosa è stata (anzi sarà) quella di Julian V, che è nato (anzi, nascerà) nel 2000. A sedici anni si diploma all’Accademia e viene assegnato alla Flotta Internazionale della Pace, l’unico esercito autorizzato a portare armi sulla Terra pacificata. Nel 2016 non ci sono più guerre, ma purtroppo esistono i pirati dell’aria e le tribù barbare della Russia da tenere a bada. Il mondo – dopo l’inizio delle comunicazioni con Marte (che i suoi abitanti chiamano Barsoom) del 1967 – è concentrato sullo sviluppo dei viaggi interplanetari, ma l’impresa è ardua. Nel 2015 da Barsoom è partita un’astronave diretta verso la Terra ma non è riuscita a mantenere la rotta e si è persa nello spazio. Anche i terrestri hanno una astronave pronta, ma il governo ha bloccato l’impresa dopo il fallimento dei marziani. Ma la sensazionale scoperta del tenente-comandante Orthis, compagno di Accademia di Julian e suo acerrimo rivale, potrebbe rendere finalmente possibile il viaggio verso Marte…

Un’astronave terrestre – dotata di un sistema di propulsione tra i più bizzarri mai ipotizzati nella storia della Fantascienza – naufraga sulla Luna a causa di un odioso tradimento. Fortuna che dietro l’apparenza fredda e inospitale della sua superficie la Luna nasconda una enorme cavità (raggiungibile calandosi nei giganteschi crateri che la deturpano) in cui le condizioni sono simili alla Terra, abitata da strane e pericolose creature tra le quali spiccano tribù rivali di uomini-cavallo – non centauri con sei arti, ma equini antropomorfi quadrupedi/quadrumani nonostante tutti gli illustratori del romanzo abbiano deciso altrimenti – talmente golosi di carne da essere cannibali. Ecco lo spunto narrativo da cui parte Edgar Rice Burroughs in questa saga che è in parte uno spin-off delle avventure di John Carter di Marte (l’universo è lo stesso, seppure spostato nel futuro) e in parte ne ricalca il format. Un eroico terrestre si trova proiettato in un mondo ignoto, tra popoli selvaggi e deformi dalle bizzarre usanze che in breve tempo conquista, trovando anche l’amore. Molta avventura, una certa brutalità, un gusto quasi western, un quid di razzismo, un tocco di erotismo e il gioco è fatto! L’interesse maggiore dell’opera risiede però paradossalmente forse nella primissima parte, in cui Burroughs tratteggia una “storia futura” non priva di intuizioni geniali (il tentativo di raggiungere la Luna datato proprio alla fine degli anni ’60 pare quasi profetico), una sorta di mix tra Starship troopers e lo steampunk. Edgar Rice Burroughs ha iniziato a lavorare a La fanciulla lunare, primo episodio della trilogia, nel 1922. In realtà il secondo episodio era già stato scritto nel 1919, ma sotto una forma diversa: l’autore lo aveva ambientato nella Russia bolscevica ma l’idea non era piaciuta al suo editore, che da lui voleva storie “esotiche” sulla scia di Tarzan delle scimmie e John Carter di Marte. Pubblicato a puntate sulla rivista “Argosy All-Story Weekly” tra maggio 1923 e marzo 1925, il Ciclo lunare uscì in volume l’anno successivo, ma pesantemente tagliato: si è dovuta attendere l’edizione Ace del 1962 per avere il testo integrale, qui riproposto da Nord nella sua prima edizione italiana in un utile e fascinoso volumetto.



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