Il porto degli spiriti

Il porto degli spiriti
Febbraio 2004. Fa talmente freddo che il mare attorno all'isola di Domarö è tutto ghiacciato. Cecilia e Anders, che sono nati, cresciuti e si sono innamorati su quella piccola isola ma ora vivono a Stoccolma e sono lì solo per una breve vacanza, decidono di fare una passeggiata sul ghiaccio assieme alla loro figlia di 6 anni, Maja. Suggestiva meta, lo scoglio sul quale c'è il vecchio faro di Gåvasten, una torre antica e grigia, costruita con grossi blocchi di pietra per resistere a tutte le intemperie. Finita la visita, Maja precede i genitori scendendo dal faro mentre loro si attardano a leggere le scritte sui muri lasciate da altri visitatori: dice di voler controllare “qualcosa” che afferma di aver visto sul ghiaccio, qualcosa che il padre quando la bambina glielo ha indicato non è riuscito a vedere. Passano pochi minuti e anche i genitori sono ai piedi del faro: ma di Maja non c’è traccia, sembra svanita nel nulla. Nessun segno sul ghiaccio, nessuna orma, nessuna buca: prima il panico, poi una cupa disperazione si impadronisce di Cecilia e Anders. Arrivano i soccorsi, le ricerche vanno avanti per giorni, ma non c’è nulla da fare. Di quella gita rimangono solo dolore, rimpianti e silenzio. Inesorabilmente, il matrimonio dei due giovani genitori di Maja va in pezzi, ma quello che Cecilia e Anders non sanno, non ricordano o fingono di non sapere è che Domarö è teatro da molti molti anni di scomparse misteriose. Passano due anni, e Anders torna all’isola. È ormai un alcolizzato, fuma come un pazzo e non sa nemmeno perché continua a vivere: ma quando inizia a rintracciare segni che in qualche modo sembrano ricondurre a Maja, tutto cambia: con l’aiuto di sua nonna Anna-Greta e del suo compagno Simon, un ex illusionista che nasconde un bizzarro segreto in una scatola di fiammiferi, Anders inizia una pazzesca ricerca che lo condurrà ad affrontare una oscura minaccia che arriva dalla notte dei tempi…
Dopo i suoi memorabili vampiri di periferia e i suoi zombie borghesi, l’ex cabarettista/prestigiatore/artista di strada svedese John Ajvide Lindqvist ci porta su un’isola immaginaria per quella che all’inizio sembra una ‘ordinaria’ storia di orrore quotidiano ma quasi subito diventa un viaggio nel soprannaturale e in sanguinari riti arcani. Ondeggiando in modo piuttosto originale (e come potrebbe essere altrimenti visti i nomi?) tra Howard P. Lovecraft e Peter Høeg, il mago dell’horror scandinavo esplora gli abissi del dolore di un padre che perde una figlia (e l’irrefrenabile forza che lo porta a lottare per ritrovarla quando intravede un barlume di speranza) riuscendo a suscitare emozioni potenti nel lettore, ma la vera forza del romanzo sta nell’insolito villain (ammesso che lo si possa definire un personaggio) e nella descrizione della comunità di Domarö, con i suoi freak, le sue miserie, i suoi eroi. L’idea più geniale? I due ‘fantasmi’ adolescenti che vanno avanti a citazioni di testi degli Smiths.

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