Il potere dei sogni

Il potere dei sogni
"I sogni son desideri", recitava una vecchia canzonetta patria. E il sogno per il bambino Sepúlveda è quello di chiudersi nella Biblioteca Nazionale di Santiago de Chile e divorare libri, libri ed ancora libri. Un sogno à la Borges, neanche tanto difficile da realizzare. Ma ben altri sogni, quelli sì, sono stati pagati cari. “Mi considero un sognatore, ho pagato un prezzo abbastanza alto per i miei sogni, ma sono così belli, così pieni e intensi, che ogni volta tornerei da capo a pagarlo”. Ed è proprio la potenza del sogno, di quella capacità di rimanere affascinati dalla vita, a dare senso alla stessa esistenza, a dare significato e valore alle conquiste umane ed alla propria storia. “I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi, resistenti, e si antepongono all’orrore dell’incubo dittatoriale”. Sognare, come scrivere, è resistere, rintracciare nella propria interiorità quei caratteri che ci fanno guardare il mondo con occhi diversi ed animo ben disposto all’accoglienza, alla fratellanza, alla solidarietà…
Luis Sepúlveda usa questa metafora del sogno per riproporci, ancora una volta, la sua personale analisi della storia, della contemporaneità, dello sfacelo economico. Ritorna, come sempre nei suoi libri, a quel filo conduttore che tiene insieme la sua memoria e la storia del suo Paese, il Cile. Mette in fila, a testa alta, i martiri che hanno lottato contro la dittatura sempre con quel brillare negli occhi che contraddistingue i pazzi, i rivoluzionari o, semplicemente, i sognatori. Come scrisse Marcos Ana: “Sarà che i miei sogni spaventano il tiranno/ come un lontano canto/ come sepolte campane/ come tutte le voci che non capisce.” Perché per spegnere un’idea non è sufficiente imbrigliare l’uomo che se ne fa profeta: “Sarà, mi domando/ che ancora non capiscono/ che incarcerarono l’uomo/ perché non furono capaci/ dell’assalto vincente/ al forte dei suoi sogni/ che con più forza lo fa sognare”. E così, passando dai mille giorni del Governo popolare del compagno Presidente Salvador Allende, alla crudeltà della dittatura di Pinochet, Sepulveda ci offre tutto se stesso: ricordi, dolori, rabbia, ironia. E lo schifo, anche quello, per gli uomini di potere e la loro corruzione, per quell’intrinseca capacità studiata e strategica che Musil chiama Arte di non sapere ed induce, senza troppa fatica, a spazzare sotto il tappeto tutte le sozzure, le cose che non conviene il mondo sappia come fece il guitto Aznar (il sorriso misurato e sempre in armonia con l’imperturbabile immobilità dei baffetti da canaglia) che per nascondere la verità ed il pasticcio del coinvolgimenti in Iraq agli spagnoli imputò all’ETA gli attentati di Atocha dell’11 marzo 2000; o come il falco Colin Powell all’Onu, con la sua boccettina con la prova provata che in Iraq Saddam Hussein detenesse armi di distrazioni di massa. Tutti, uomini di potere, vassalli e servitori della più infima categoria e illetterati passano dal setaccio di Sepúlveda e vi restano incastrati come le lordure che si affannano a nascondere e che invece ritornano loro indietro con la forza e l’ostinazione di chi crede, perché un sognatore non demorde mai, che un altro mondo è veramente possibile.

 

 

 
 
 
 
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