Il potere di Roma

Il potere di Roma

Che cos’è il potere, e quali sono i metodi migliori per valutarne i meccanismi nel contesto di una società antica? Perché buona parte di ciò che i Romani scrissero sul potere consistette nella costruzione di miti? Perché certa parte della storiografia moderna sembra riluttante a chiamare l’imperialismo della repubblica romana col suo nome? Ma cos’è, davvero, l’imperialismo? In che senso è possibile che i successi della repubblica romana, in quanto “potenza imperiale”, possano insegnarci qualcosa sui fallimenti militari dell’impero in età tardoantica? Perché il potere di Roma si diffuse così estesamente, e per così tanto tempo? Come si originò l’incredibile espansione romana, tra IV sec. a.C. e Augusto? E perché si interruppe, a un tratto? A determinare la fortuna di Roma, in guerra, poteva bastare la straordinaria abilità militare o l’eccellente addestramento? Quanto contava la superiorità organizzativa e logistica rispetto a quella tecnologica? Perché la popolazione era tanto propensa ad assecondare una politica di belligeranza tanto radicale e oltranzista? Perché il comportamento di Roma fu, in generale, così aggressivo? Come si traduceva, nella pratica, il potere di Roma nei territori di oltremare? Qual era il punto di vista dei sudditi di Roma? Quanto potere esercitavano determinati individui del mondo romano su altri? Che ruolo giocarono le classi egemoni? Cosa vi fu di eccezionale e di lungimirante nella strategia di cooptazione delle élite dei popoli assoggettati? Quanto tattica la progressiva concessione della cittadinanza romana? Che ruolo giocò lo schiavismo, e da quanti e quali punti di vista? Che cosa contribuì a indebolire il potere dell’impero romano d’Oriente, tra Giustiniano ed Eraclio? Perché l’impero romano non riuscì a mantenere la sua posizione e il suo status? Se l’osservanza religiosa fu uno dei punti di forza dell’impero romano, ha senso dire che il suo progressivo indebolimento fu una delle concause del suo declino? Che significa parlare di “dimensione nazionale del potere”, in contesto romano, e fino a che epoca è possibile farlo? A queste domande risponde il saggio del professor William V. Harris...

Roman Power: a Thousand Years of Empire (Cambridge University Press, 2016) appare adesso, in prima edizione italiana (Carocci, 2019), col titolo Il potere di Roma. Dieci secoli di impero, tradotto da Maurizio Ginocchi. Già a spiazzare è proprio il sottotitolo: come sarebbe a dire dieci secoli di impero? Per gli storici romani d’Oriente e per i bizantinisti, in genere, la durata dell’impero è semmai di 14 secoli, vale a dire da Augusto a Costantino Dragases Paleologo, ultimo imperatore di Costantinopoli, caduto eroicamente nei giorni dell’assedio della città, martire dei turchi, mentre si batteva assieme al suo popolo, ai veneziani, ai genovesi e a qualche sconsiderato mercenario contro il sultano, tra 28 e 29 maggio 1453. C’è invece chi – per ragioni poco condivisibili – preferisce far coincidere la caduta dell’impero con la deposizione di Romolo Augustolo [476 d.C.], dimenticando il fastoso millennio bizantino [ferito, e interrotto, al limite, dal sacco crociato e dalla successiva parentesi “franca”; una ferita incancellabile]. Il professor Harris, da Nottingham, classe 1938, già titolare tra 1995 e 2017 della cattedra di Storia William R. Shepherd della Columbia University, è parte di una scuola di pensiero ancora differente, e onestamente abbastanza bizzarra. Ve la racconto descrivendo la struttura di questo suo saggio, forse automaticamente abbastanza eloquente: dopo una borbottante prefazione, ecco la cronologia che va dal 393 a.C. (conquista del borgo etrusco di Veio, alle porte di Roma) al 698 d.C. (sacco e conquista islamica di Cartagine); a ruota, sette capitoli: “L’evoluzione di lungo periodo del potere di Roma”; “Roma contro gli altri (400 a. C.-16 d. C.)”; “Roma contro sé stessa: dalla repubblica alla monarchia”; “Roma contro gli altri (dal 16 al 337)”; “Roma contro sé stessa: da impero a nazione?” “Roma contro gli altri (dal 337 al 641)”; “Roma contro sé stessa in due lunghe crisi”; “Retrospettiva e alcune riflessioni”; chiude il libro una lunga bibliografia. Già: per il nostro studioso inglese, l’impero bizantino va considerato “uno dei tanti Stati dell’Eurasia occidentale e del Mediterraneo” già a partire dal 640 circa – con buona pace di altri 800 anni di storia imperiale: la caduta di Antiochia di Siria e di Alessandria in mano musulmana e l’ascesa del califfato convincono Harris, assieme ad altri fattori discutibili, che si possa riscrivere la storia romana. Cosa riferire, ancora, in merito alla lucidità di questo studio? Nelle ultime pagine, appare il Vietnam. Non vorrei bruciarvi la sorpresa: so bene che per gli appassionati di Storia Romana certe enormità sono, per qualche oscura ragione, una chicca che merita di essere gustata come le prime ciliegie di stagione. Harris verrà forse presto dimenticato anche dai suoi allievi americani – la bontà della sua meditazione sul potere dell’impero romano, nonostante diversi spunti di discreto o buon interesse, mi sembra mostruosamente penalizzata dai parametri e dall’impostazione adottata nella ricerca. È come mangiare la pizza all’ananas, per noi mediterranei. Io non ho coraggio (qualcuno, in compenso, riesce a trovarla divertente).



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