Il Pozzo

Il Pozzo
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Ruth e Mark fuggono da Londra. Mark ha il desiderio di dedicarsi alla campagna, così acquistano una fattoria: il Pozzo. Una terra rigogliosa e verde, ma soprattutto gravida d’acqua. Non un dettagli da trascurare in una Gran Bretagna attanagliata da una siccità senza precedenti. La floridezza del Pozzo, però, non è segno di felicità. Lì intorno non si coagulano le simpatie della comunità, dietro quell’abbondanza d’acqua deve certamente nascondersi qualcosa: una malia, un sortilegio, un approvvigionamento illecito. Ruth e Mark vengono presi di mira, anzi, peggio, ignorati nei loro tentativi di integrarsi. La notizia che in mezzo ad un deserto ci sia una terra prospera come se attorno vi aleggiasse un mistero o il rimando biblico di una Terra Promessa richiama da più parti i soggetti più disparati: hippy, perdigiorno, curiosi e fanatici di religioni improbabili. Tra questi, ad un lato della tenuta, si accampano con le loro roulotte le Sorelle della Rosa di Gerico, fautrici di una predestinazione divina tutta al femminile e che adorano una rosa fatta di stecchi che prende vita al contatto con l’acqua. Secondo le sorelle, Ruth è una predestinata. Amalia, che guida tutte le altre, la convince ad una conversione con le sue doti da manipolatrice, i suoi modi effusivi, la sua arte retorica. Ma c’è un problema. Quando Lucien, il nipote di Ruth, viene lasciato dai nonni, Amalia le chiede di scegliere: la Rosa o Lucien. Non c’è posto per un maschio nella discendenza ed un maschio è solo un inciampo lungo la via della liberazione. Ruth non sceglie. Non può. Ma il delirio del fanatismo religioso presto la assale, diventa la prescelta, scrive inni e preghiere, consola gli utenti che si collegano al sito della setta e invocano la sua intercessione. Un’attività febbrile che le fa dimenticare di accudire il nipotino e che spezza il ventennale legame con Mark. Una spirale di delirio che raggiunge le sue spire più strette quando Lucien viene ritrovato nello stagno. Affogato…

Il Pozzo è un romanzo con accenti marcatamente psicologici. I personaggi, come anche l’intera storia, sono descritti e raccontati da dentro; è lì che depositano un’importanza visiva che va decisamente oltre il sommario catalogo estetico. Anche se fossero descritti esteriormente, infatti, non ce ne ricorderemmo perché sono le loro personalità ed il loro modo di affrontare il dramma che ci rimangono impressi. Catherine Chanter li muove sullo sfondo di una Gran Bretagna dilaniata dalla penuria di acqua, un espediente per creare intorno al Pozzo una devastante coorte di dannati, di fanatici di ogni risma, di pericolosi individui pronti a speculare sul bene e, soprattutto, sul male. Mette il dito nella piaga della debolezza umana e tira per vedere cosa ci sia sotto. Ruth è l’esempio di quanto si possa scendere in basso lungo un piano inclinato reso sdrucciolevole dall’olio del settarismo. Durante la sua prigionia per essere stata accusata dell’infanticidio apre lunghissimi flashback che ricostruiscono la storia, che dipanano la matassa dai giorni idilliaci in cui il Pozzo sembrava il loro buen retiro da una Londra caotica e piena di ricordi nefasti, a quel bambino nudo che affiora appena sul pelo dell’acqua. Tuttavia, ci troviamo davanti ad un romanzo tremendamente lento, che decolla (e non del tutto) solo verso la fine, quando i piani temporali si fanno più prossimi alla coincidenza. È come se la Chanter si fosse persa a renderci chiaramente il contesto ed il suo risvolto psicologico (in questo è bravissima, anche se ripetitiva e monocorde) senza preoccuparsi di addentrarsi nella narrazione che per ampissimi tratti è banale, appena sufficiente, da manuale pronto uso dell’aspirante scrittore. Le soluzioni narrative spesso lasciano il tempo che trovano, non hanno arguzia. La storia ‒ intesa come idea di partenza ‒ è molto valida, come anche felici sono alcune intuizioni, ma è come se tutto questo valore fosse stato per la maggior parte inespresso. Peccato.



 

 

 

 
 
 
 

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