Il praticante

Il praticante
La morte prematura del padre aveva privato Carlo Rosati di una presenza rassicurante, aveva eretto tra lui e la madre un muro fatto di reciproche incomprensioni e di affetto senza gioia. Cresciuto in un clima di ristrettezze economiche, egli aveva smesso ben presto di studiare per trovare collocazione come garzone nella sartoria del signor Guglielmo. Fino a quando, grazie ai buoni auspici del suocero, era stato assunto in fabbrica. Ma anche adesso che si è sposato, entrando di diritto nella comunità degli adulti, in paese gode ancora di scarsa considerazione e poco rispetto. Tutti lo continuano a chiamare con il diminutivo infantile di Carletto. Gli anziani, in particolare, lo considerano ancora un ragazzo, per via di quell’aspetto spaesato e fremente, e lo irridono per il fatto di non aver messo su pancia come si conviene a chi prende moglie. Quel matrimonio, in cui si era trovato coinvolto come per inerzia, non solo non sembra rappresentare una forma di riscatto sociale, ma ha tutta l’aria di costituire un inganno ordito nei suoi confronti da Vittoria e dai genitori di lei. Quella strana frase pronunciata durante il pranzo di nozze dal signor Aldino "Questa mattina in chiesa è come se ci fossimo sposati tutti quanti!” sembra nascondere i presagi di un’inquietante verità che affiora a poco a poco, mentre Carlo viene risucchiato nei riflessi torbidi di una pratica sessuale che resiste ad ogni presumibile senso di colpa...
In questo suo nuovo libro Gilberto Severini concepisce un romanzo denso di ombre, che si allungano attorno ad una storia di cupa e rabbrividente sessualità. Ma si tratta di ombre suggerite, anziché tracciate con segno eccessivo, tale da offendere gli occhi e il senso del pudore, e che finiscono per divenire emblema di una scrittura che raggiunge un buon punto di equilibro tra narrativa e introspezione psicologica. La vicenda è ambientata nella prima metà degli anni Sessanta, in quella provincia cattolica dove la dicotomia tra apparenza e sostanza costituisce più che altrove una delle caratteristiche della psiche collettiva, e che Gilberto Severini ha saputo ricreare mirabilmente facendo leva su un linguaggio nitido e affascinante. Avvolgendo il lettore in un sentimento di desolazione ineluttabile, lo scrittore marchigiano fa del protagonista un eclatante esempio di martirio dell’escluso, rendendoci tanto partecipi dell’angoscia e del disorientamento che ne conseguono, quanto consapevoli delle ragioni di una scelta capace di assumere aspetti diversi a seconda dei punti di vista da cui la si osserva. Perché qui non si tratta di denunciare la grettezza di un contesto sociale e le sue ipocrite convenzioni, ma di perlustrare le profondità del disagio umano alla ricerca del punto esatto in cui il peso della sofferenza genera strappi feroci.

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