Il presidente addormentato

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“Il silenzio è d’oro” era la frase preferita di sua nonna sin da quando era un bambino che faticava a capire come fosse possibile trovare l’oro nel silenzio. Solo in età adulta ha veramente capito il valore di quell’affermazione e col mestiere che ha scelto la sua importanza sembra accentuarsi ad ogni minuto che passa, ad ogni svolta che prende la sua vita. Dietro ogni angolo lo aspetta la reiterazione dell’importanza di quel silenzio. Ha scelto una professione per la quale si è allenato tutta la vita ma ora, in questo corridoio in cui passano sempre meno persone, davanti a questo vetro dietro il quale dorme il Presidente sotto un lenzuolo verde, il silenzio è un peso quasi insostenibile. L’addestramento gli ha insegnato a spostare impercettibilmente il peso da una gamba all’altra durante i lunghi turni di guardia, a non sorridere nelle foto che i passanti gli scattano, a sopportare il peso della corazza e dell’elmo, ma nulla lo ha preparato a questa attesa senza fine, alle ore che scorrono lente senza che nessuno venga a trovare Anita Bertoli, la prima donna Presidente della Repubblica italiana che dorme, immota e silenziosa sotto un lenzuolo verde. L’hanno trovata così, sembrava addormentata, con la faccia a coprire parzialmente un foglio con una lista di ministri che il Comandante ha fatto sparire, accanto a un paio di nomi era vergata la parola NO. Il Comandante è un uomo perentorio, sin dall’inizio ha detto a tutti loro che bisognava riferirsi a Lei come Il Presidente, quasi che la carica non avesse sesso. Anita si chiede che fine abbia fatto il Presidente del Consiglio incaricato, oggi avrebbe dovuto portarle la lista dei Ministri, dopo un mese di stallo; sono giorni che aspetta, che vorrebbe perdere la pazienza, insistere, sollecitare, ma il Segretario generale, che nella sua testa lei ha soprannominato Felpina, l’ha sconsigliata di farlo. Anita inganna il tempo sbirciando i turisti da una finestra che ha aperto di uno spiraglio, contravvenendo ai protocolli di sicurezza e stiracchiandosi al sole; ha dovuto rinunciare alle sue lunghe camminate, al suo appartamento pieno di libri, ma quella di stiracchiarsi è un’abitudine che non vuole perdere. Guarda la scrivania, dove tiene esposta una foto di suo padre, l’unica foto di famiglia che abbia portato con sé nelle stanze di rappresentanza: Bertoli l’eroe partigiano, Bertoli il politico che lei ha sfidato con i propri scritti e che le ha sempre risposto in punta di penna, fino all’ultimo appassionato libro Il valore dell’assenza, prima che la malattia lo consumasse. I pensieri di Anita sotto il lenzuolo verde vanno alla propria elezione e ai motivi che l’hanno determinata. I pensieri del corazziere che, è stato deciso, coprirà da solo tutti i turni di guardia, si fanno più angosciosi man mano che la solitudine dei corridoi si fa oppressiva; si chiede perché dopo il primo giorno in cui davanti al vetro hanno sfilato le tre più alte cariche dello Stato nessuno sia più venuto a trovarla. Il suo immoto silenzio col passare dei giorni cede al chiacchiericcio delle sole due infermiere addette alla cura della paziente: Margherita e Maria che lo fanno sorridere, lo interrogano sulla sua famiglia, lo inducono a pensare a sua madre, “che lo ha lasciato per non averlo voluto lasciare”. È morta quando lui aveva tre anni, ma era anche lei una presenza addormentata in un letto, la cui tranquillità andava rispettata col silenzio, come sua nonna gli diceva sempre…

La narrazione di due flussi di coscienza che scorrono in parallelo è molto delicata, quasi che Gianni Caria, pur nell’esporne i pensieri più intimi, volesse proteggere i due protagonisti de Il Presidente addormentato. Ciascuno a suo modo, sono entrambi giganti estremamente fragili: “Il” Presidente è una donna sola, con responsabilità da gigante, resa fragile dal proprio rapporto irrisolto col padre. Ha pagato a caro prezzo il proprio uso dei sentimenti per ferire un padre distante attraverso l’unica relazione importante che abbia avuto. Anche la madre di Anita è morta quando lei aveva due anni, è morta nella fuga, per non esser stata capace di rimanere accanto a suo padre. Il corazziere è stato un bambino solo, con un amico immaginario di nome Cruz e piedi grandi, un corpo che gli cresceva intorno in maniera quasi incontrollata e come unico corredo domande senza risposta e le foto di una donna che non ha conosciuto. Gianni Caria, Procuratore della Repubblica di Sassari, si rivela un autore talentuoso, capace di dare forma a una storia estremamente complessa, in cui la scena politica con i suoi intrighi le sue irresolutezze si alterna efficacemente agli scenari dell’anima dei due protagonisti. L’immobilità e la solitudine sono due dei molti protagonisti di questa storia originale e magistralmente scritta: l’immobilità di Anita riflette quella del suo guardiano e quella del Paese, le cui istituzioni sono bloccate, congelate nel giorno in cui si sarebbe dovuto nominare un Governo. Chicco (il gigante di cui conosciamo solo il vezzeggiativo di bambino) e Anita sono due solitudini che comunicano senza parlarsi, che raccontandosi si fanno universale e archetipo, acquistano rilevanza e nel farlo si liberano di tutta la sofferenza, trovano risposte e sintetizzano conflitti. Un libro prezioso, che fa al lettore un dono raro: chiudendolo si ha la consapevolezza di stare meglio di quando si è iniziato a leggerlo.

 


 

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