Il primo caffè del mattino

Il primo caffè del mattino
Anche quella mattina, come ogni altra, Massimo solleva la saracinesca del bar Tiberi, il bar di famiglia che ha visto dietro al bancone suo padre prima di lui, che per quel locale ha rinunciato anche alla sua passione. L’arte, il cinema, la letteratura e i tesori delle città eterna, la sua Roma, incarnazione dell’amore (altro che Parigi, pensa Massimo). E mentre è intento a servire a ciascun habitué del bar il caffè, a distinguere aroma e personalità del degustatore, lo sguardo del giovane viene attratto da una turista. Abito rosso, bellissima, spaesata, probabilmente straniera, che si aggira sulla piazza, accalorata, trascinando una piccola valigia. In cerca di qualcosa, di sicuro di passaggio. E ancora prima di avere il tempo di aggiungere altro nella sua mente, Massimo vede materializzarsi la ragazza davanti a sé, sedersi a un tavolino, e fare una insolita richiesta: “Un tè nero alle rose”, con un marcato accento francese e una traballante pronuncia italiana che suscita l’ilarità dei presenti, l’imbarazzo di Massimo, la rabbia della giovane. E le antipatie di tutti, ma non di Massimo che ne subisce fin da subito il fascino. È il primo di una serie di sfortunati incontri ed equivoci che portano il barista a scoprire che Geneviève (questo il nome della bellissima ragazza) è una lontana parente della signora Maria, sua affezionata cliente morta poco tempo prima, e ha ereditato l’appartamento proprio dirimpetto al bar. Massimo non può che scusarsi con la giovane del poco piacevole benvenuto 'romano' sfoderando le sue abilità di barista, proponendole i suoi caffè (bevanda a lei sconosciuta) con la speranza di conquistarne anche il suo affetto. Ma, nonostante le stelle, le bellezze di Roma, i bozzetti e i cruciverba tra i due si frappone Mel…
Si respira profumo di caffè, lo si degusta e ne si conosce tutte le possibili varianti (e invenzioni che sono di Massimo ma anche dell’autore che con lui condivide la professione), indiscusso protagonista capace di addolcire o abbrumare le vicissitudini e le peripezie  sentimentali del belloccio trentenne che indossa, ogni mattina, camicia bianca e cravattino prima di accendere la sua Gaggia. Anche il plot è un caffè, zuccherato dagli scenari di una Roma dagli angoli più segreti e meno noti (quelli conosciuti solo dai veri appassionati) che tessono una storia dagli inizi burrascosi, che si infittiscono per malintesi e segreti non svelati (come spesso accade nella vita), cedendo a poco a poco il passo a snodi più romantici. Una trama fresca, piacevole come lo stile di scrittura. Non c’è l’ambizione di tracciare profili psicologici dei protagonisti o di descriverne le emozioni più intime: essi appaiono fin da subito nella loro essenza, schietti, salienti. Lei – Geneviève, francese sulle sue, diffidente, con una visione preconcetta dell’uomo e degli italiani presuntuosi e arroganti – e lui – Massimo, diligente e capace nel suo lavoro ma impacciato e imbranato con le donne, convinto di non potersi mai innamorare e di non avere bisogno del gentile sesso. Ma il destino (in questo caso un vaso rotto in testa) cambia per entrambi le carte in tavola: anche due mondi, due convinzioni, due culture e approcci tanto dissimili possono trovare una comunione dentro una piccola tazza di caffè. O di tè nero alle rose, se volete.

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