Il primo uomo

Il primo uomo
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Algeria, novembre 1913. Una carretta condotta da un vecchio arabo avanza traballando su una strada sassosa. Trasporta una coppia di coloni di origine francese. L’uomo siede accanto al cocchiere e di tanto in tanto si volta a guardare la moglie che, avvolta in un grande scialle, appare sofferente e tuttavia debolmente gli sorride. I due arrivano alla casa colonica che li attende quando ormai è scesa la notte. La donna sta per partorire e l’uomo, Henry Cormery, esce subito, a cavallo e in tutta fretta, per cercare un medico. Quando ritorna trova accanto alla moglie due donne, l’europea Madame Jacques e un’araba: con il loro aiuto il bambino è già nato. Al medico resta poco da fare. “Il bimbo si chiamerà Jacques”, dice Cormery alla prima delle due donne, “perché voi siete corsa qui”. Quarant'anni dopo Jacques Cormery, che ormai vive in Francia, si reca a visitare la tomba del padre, morto nel 1914 in seguito a una ferita riportata nella battaglia della Marne. Sulla lapide legge le date di nascita e di morte di quel padre sconosciuto, morto a ventinove anni, e viene colto da un moto di pietà e di tenerezza, la stessa che si prova “dinanzi a un figlio ingiustamente ucciso”…

Quando Albert Camus perse la vita in un incidente stradale il 4 gennaio 1960 portava con sé il manoscritto de Il primo uomo, racconto della sua infanzia di fanciullo povero in un’Algeri inondata di sole e di calore. E tuttavia gli interni di questo romanzo, scritto splendidamente e come sul filo di una macchina da presa, sono scuri, grigi e opachi: la famiglia è triste, il vuoto lasciato dal padre è tangibile e doloroso, anche se parlare di lui è vietato. La nonna, matriarca dispotica e dura, esercita il suo incontrastato potere sulla madre e sui fanciulli. Sulla figura di questa madre arresa, che delega il proprio ruolo, si concentrano l’amore e la tenerezza profonda dello scrittore, con un’intensità che rasenta la venerazione. Ma è la scuola che dona al ragazzo luce e speranze di riscatto e il suo insegnante, Jean Grenier, che lotterà per lui affinché la nonna gli permetta di continuare gli studi, è forse un sostituto della figura paterna ma è certamente una figura fondamentale nella vita dello scrittore, che nel 1957 gli dedicherà il Premio Nobel. Il romanzo incompiuto, dal titolo emblematico indicato da Camus stesso in un suo diario sul quale annotava gli sviluppi della narrazione, fu pubblicato per la prima volta trentaquattro anni dopo la morte del suo autore. Con il suo assunto, semplice e vero (ogni essere umano che cresce, che ricerca le proprie radici, che impara a vivere, è un “primo uomo”) trasmette a chi legge tutta la forza delle grandi opere.



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