Il primo voto

Il primo voto

Le ventuno elette all’Assemblea costituente che apre i battenti il 25 di giugno del 1946 e le cui sedute avranno luogo fino al 31 di gennaio del 1948, presentano un’età media di quarant’anni: la più anziana è Angela Merlin detta Lina, che ne ha sessantacinque ed è eletta nelle file del Partito Socialista Italiano, la più giovane Teresa Mattei (PCI), di venticinque. Alla Costituente si incontrano due generazioni, la prima composta da donne nate tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la Grande Guerra, che hanno ricevuto la loro prima formazione, compresa quella politica, nell’Italia pre-fascista: le democristiane, nell’Azione cattolica e nella FUCI, hanno condiviso le medesime esperienze. Le laiche si sono formate nei partiti socialista e comunista: nella maggioranza dei casi pur condividendo i sacrifici imposti dalla militanza clandestina, sono state lontane l’una dall’altra, hanno vissuto in Paesi diversi, sono rimaste per lunghi anni fuori dall’Italia, in qualche caso si sono incontrate nelle carceri, nelle isole al confino o nei gruppi dell’immigrazione all’estero. Un gruppo meno numeroso raccoglie le giovani nate durante o a ridosso della Grande Guerra, che si è formato nel ventennio e ha compiuto la scelta politica tra il 1943 e il 1945 nella Resistenza. Quelle generazionale e politica non sono le sole differenze, ci sono anche la provenienza sociale e il livello di istruzione. Si contano ben quattordici laureate, una percentuale alta per l’epoca, la maggioranza in materie umanistiche, fa eccezione Maria Maddalena Rossi (PCI) con una laurea in chimica conseguita nel 1930 a Pavia. Nonostante questo i giornali però si concentrano molto di più sull’aspetto fisico, le acconciature, l’abbigliamento e le galanterie sincere ma un po’ affettate dei colleghi uomini che si comportano in maniera protettiva che non sui curriculum…

Patrizia Gabrielli insegna storia contemporanea e storia di genere: è dunque la sua materia quella che tratta nel saggio. Si vede, sa di cosa parla. Non è scontato. Come di per sé essere donna non significa in automatico essere una brava parlamentare, ma è altrettanto vero che gli uomini hanno più opportunità per arrivare nella stanza dei bottoni. Il primo voto è un testo scientifico, vibrante, dotto, accurato, consapevole, chiaro, divulgativo, mai retorico o cattedratico, che fa riflettere, conoscere e capire, nonché ragionare sul senso stesso dell’idea di coscienza civica, oggi più che mai specie in Italia, fondamentale. La storia è per natura infatti sempre contemporanea, e maestra di vita: mostra il passato per parlare di oggi. L’autrice racconta, narrandone le biografie, le formazioni politiche, le idee, i valori, le convergenze su temi che prescindono gli schieramenti di partito, andando oltre la visione parcellizzata e guardando al bene comune, la vicenda delle elette all’assemblea costituente, le madri (si parla sempre dei padri, ma non erano certo soli) della repubblica, che è nata il due di giugno del 1946, settant’anni fa, con la vittoria del referendum che la opponeva alla monarchia. Per la prima volta, giovani e meno, ricche o povere, operaie, casalinghe, attrici come Anna Magnani, le donne, se si escludono le amministrative di qualche tempo prima, che non video coinvolte tutte le regioni, votano. Possono esprimere la loro opinione. Sono cittadine a tutti gli effetti. Fanno file epocali, ma questa volta, grazie al cielo, non per una mollica di pane. La tessera che brandiscono non è annonaria, è elettorale. Esercitano un diritto. E soprattutto un dovere. Perché all’epoca il senso del dovere e del sacrificio esisteva: è per questo che l’Italia ha avuto la ricostruzione e il boom. È per questo che ora va come va.



 

 

 

 
 
 
 

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