Il principio della carezza

Il principio della carezza

La donna è sola nel suo appartamento. Ha preso dal tavolo il copione che sta scrivendo e si è messa a provarlo davanti allo specchio verticale del soggiorno. Un po’ lo declama e un po’ lo legge, attenta a rendere quanto più possibile la sua sonorità teatrale di monologo; sostiene la voce con gesti larghi, ingigantiti dalle maniche del camicione bianco che indossa. Non si accorge che fuori dalla finestra c’è un lavavetri che, colpito dalla scena, ha smesso di pulire e la osserva incantato. Il lavavetri applaude di slancio. Applaude e bussa. La donna si volta, lo vede e sussulta. Lui continua a bussare, con un sorriso cordiale che illumina la sua faccia cotta dal sole. Lei esita, poi si decide e va ad aprire la finestra. Mentre fa scorrere l’anta a ghigliottina, l’entusiasmo dell’uomo la investe insieme al fiato torrido della città. La donna va a prendere il caffè. L’uomo si volta a guardare in strada, come per accertarsi che non ci sia il caposquadra. Sentendo che lei gli grida qualcosa dalla cucina, si gira e si sporge all’interno della casa. “Come ha detto?” “Le vanno due biscottini?” “Sì, grazie.” Sta osservando con attenzione la stanza. Il suo sguardo non ha l’invadenza furtiva del ficcanaso: si limita a scorrere con timida discrezione sulle dozzine di foto incorniciate alle pareti. Quando stai dietro le finestre e guardi dentro, vedi che molta gente tiene la vita appesa alle pareti, certe case sembrano calendari dell’Avvento con al posto delle finestrelle i giorni più cari messi in cornice, i giorni da diploma, i giorni da foto di nozze, i giorni da disegno coi pastelli, i giorni da foto al mare e da ritratto di piazza, tutti quei giorni dell’Avvento ritagliati dal passato e conservati come le figurine, perché molta gente fa la raccolta di quello che è stato per non pensare a quello che sarà…

È il dialogo fra due persone che in realtà non avrebbero alcuna occasione nemmeno per incontrarsi o per sapere l’uno dell’esistenza dell’altra sulla stessa terra, figuriamoci dunque nella medesima città, quello che mette in scena – è il caso di dirlo, visto che l’impianto è teatrale, e all’arte del palcoscenico si fa riferimento sin dalle prime battute, se non altro per la professione della protagonista – Sergio Claudio Perroni, che vive e lavora a Taormina e ha ormai diverse pubblicazioni al suo attivo, tra cui questa con la neonata La Nave di Teseo. Un lavoro che conferma la felicità della sua prosa, caratterizzata da una grande leggibilità, benché senza grandi guizzi o estremo trasporto emotivo. Lieve senza essere per questo evanescente ‒ ma anzi densa e intensa ‒ la scrittura dell’autore siciliano, chiara e limpida, ritrae in maniera classica, sobria ed efficace (anche perché simbolica e imperniata su un continuo gioco di rimandi, reticenze e confidenze) il momento in cui nel lento e sempre uguale scorrere della quotidianità interviene un fattore di disturbo, un imprevisto, un’increspatura nella superficie. Qualcosa cambia: un uomo e una donna che non hanno niente in comune, nella fattispecie un’intellettuale e un lavavetri che passa la vita letteralmente appeso ai palazzi, trovano che le loro differenze li accomunino, in particolare per quanto riguarda il loro bisogno di lasciarsi alle spalle il passato e di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Nel presente e soprattutto nel futuro, precario come una piattaforma, trasparente e fragile proprio come il vetro, schermo e insieme superficie di contatto.



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