Il problema di Aladino

Il problema di Aladino
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Vorrei proprio sapere cos’è questo tarlo che mi rode dentro togliendomi sonno e tranquillità. Cosa si annida nella mia quotidianità tanto da farmi vivere in uno stato costante di preoccupazione e urgenza di risolvere un problema che non riesco a individuare? Sarà un tumore? Si deve anche prendere in considerazione l’idea che non ci sia sotto NIENTE, fondando il problema esclusivamente sull’immaginazione. Del resto, anche l’angoscia ha le sue mode, oggi predilige il carcinoma e la guerra atomica, dunque la rovina personale e quella collettiva. Tuttavia, se si trattasse davvero di una malattia mortale o di un disastro di proporzioni globali la causa sarebbe facilmente identificabile e la si proverebbe a esorcizzare con gli evanescenti palliativi della preghiera e dell’affratellamento collettivo, ma quando sotto non c’è niente il problema è ancor più inquietante. Il terrore non incombe più in una forma o nell’altra, ma con tutto il suo indiviso potere. Per questo motivo è giunta per me l’ora di riesaminare adagio e con attenzione la mia vita sin qui, cercando di riannodarne i capi con le esperienze e le persone, con i luoghi e le passioni…

Questo breve romanzo, scritto nel 1983, è uno dei più brillanti scritti del tardo-Jünger, in cui idealmente si saldano tutte le sfaccettature della poliedrica anima dell’intellettuale tedesco. C’è infatti l’uomo attaccabrighe e romantico degli esordi militaristi (Ludi africani su tutti), ma anche quello assediato dalla modernità e dal nichilismo di Heliopolis e de L’operaio, finendo con il ribellismo anarcoide e individualista del Trattato del ribelle. Il lettore, specie se aficionado, ha perciò di che bearsi in queste 125 pagine che fungono da esauriente compendio di molte tematiche e attitudini stilistiche jüngeriane. Ma qual è, nello specifico, il problema che affligge metaforicamente Aladino e direttamente il protagonista del romanzo? Probabilmente la concupiscenza fine a se stessa, destinata a non essere appagata neanche quando si raggiunge il presunto oggetto del proprio desiderio. Come Aladino, nichilista erotico per eccellenza, non toccò l’ambita principessa Budur quando vi giacque accanto, così il protagonista Friedrich Baroh non trae appagamento dal potere risultante dal compimento scrupoloso del proprio dovere, consistente nello sviluppo e nella gestione di “Terrestra”, sorta di multinazionale delle pompe funebri, che fa della morte un business assai remunerativo. Jünger oppone nichilismo a nichilismo, in un collage beffardo dove la dissacrazione della morte, ridotta a mera fonte di profitto, apre squarci sul reale peso di una umanità che, per citare una nota canzone, adora gli orologi ma non conosce il tempo.



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