Il processo di Shamgorod

Il processo di Shamgorod
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Metà del XVII secolo. È il giorno di Purim e tre attori girovaghi, Mendel, Yanken e Avremel, giungono nella locanda del taverniere Berish, sita in un piccolo villaggio dell’Europa Orientale. I tre non sanno che l’accigliato Berish è l’unico ebreo sopravvissuto, con sua figlia Hannah, a un pogrom avvenuto recentemente. Con lui, anche Maria, la serva cristiana. Nessun altro è rimasto. I tre attori decisi a onorare quel dì di festa, bevono in continuazione ed è palese come non abbiano i soldi per pagare. Ma il modo per pagare si troverà: insceneranno uno spettacolo per il taverniere. Sarà lo stesso Berish a proporre il tema dell’esibizione: un processo, ma un processo del tutto particolare visto che l’imputato sarà Dio. Gli attori rivestiranno il ruolo dei giudici, Berish sarà procuratore, “Uno gentile che ha il diritto di essere cattivo” e infine Maria rappresenterà il popolo. Manca il difensore, “Uno cattivo che è pagato per dire bene di uno ancora più cattivo” e pare che nessuno voglia assumersi questo difficile incarico. “In tutta la creazione, di regno in regno, di nazione in nazione, non c’è nessuno per giustificare le vie di Dio?” si domanda un Mendel quasi rassegnato all’assenza, fino a che non appare lo straniero, Sam, che assumerà il compito di difendere Dio, in contumacia. Ma chi è Sam?

Elie Wiesel in questo pregevolissimo testo metateatrale affronta tematiche a lui ben note e care: la memoria, innanzitutto, ossia la necessità di non relegare nell’oblio frammenti di storia che hanno portato all’annientamento dell’essere umano, l’odio e la violenza dell’uomo sull’uomo, e – in particolare – il rapporto tra la sfera umana e quella divina dove un Dio, crudele e atroce, dispensa “agli assassini forza” per poi lasciare alle vittime un pesante fardello fatto di amara solitudine, dolore e lacrime. Oltre che rabbia, tanta rabbia come quella incorporata dal taverniere, Berish, uno dei pochissimi rimasti dopo il pogrom di Shamgorod, un sopravvissuto/testimone come, del resto, lo stesso Weisel. Un uomo, Berish, che è anche il simbolo dell’eterna domanda “Dov’era Dio?”. Una pièce che si snoda lentamente per quel senso continuo e inquietante di attesa, quasi materiale, che terminerà col il colpo di grazia finale. Un gioiello sia per i temi profondi e dolorosi trattati, sia per la struttura del testo (teatro nel teatro), sia per lo stile sempre impeccabile dell’autore della celebre autobiografia La notte che riesce sempre a toccare corde sensibili e a far riflettere sull’insensatezza e sulla ingiustificabilità di alcune azioni umane.



 

 

 

 
 
 
 

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