Il prodigio

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Irlanda, anni ’60 dell’Ottocento. L’infermiera inglese Lib Wright, allieva di Florence Nightingale e veterana della guerra di Crimea, arriva ad Athlone dopo un viaggio complicato. Treno da Londra a Liverpool, traghetto fino a Dublino, locale della domenica fino alla cittadina delle Irish Midlands: “campi rigati di fogliame scuro, distese rossicce di torba, (…) qua e là il grigio di un rudere coperto quasi per intero dalla vegetazione”. La caposala le ha descritto il suo incarico molto vagamente: Lib sa soltanto che deve andare a servizio dalla famiglia O’Donnell (che immagina ricca e di idee moderne, se ha richiesto addirittura un’infermiera inglese) per quindici giorni e che in cambio avrà un congruo compenso giornaliero, vitto, alloggio e rimborso delle spese di viaggio. Il paesaggio scorre ai lati della strada e lei, seduta sul calesse che la è andata a prendere alla stazione, non può fare a meno di notare il degrado, l’incuria, la povertà delle campagne irlandesi. Giunta a destinazione, scopre che il suo incarico è molto diverso da come se lo aspettava: è stata infatti assoldata da un comitato di personalità di Athlone guidato dall’anziano medico condotto McBrearty, per sorvegliare (sì, il verbo utilizzato è stato proprio questo) – assieme a una suora cattolica anch’essa con esperienza di assistenza agli infermi – una ragazzina di 11 anni, Anna O’Donnell, che a quanto pare non mangia nulla da quattro mesi. Lib è sconvolta dalla creduloneria del medico e del comitato: è del tutto ovvio che si tratti di una messinscena, ma loro sembrano credere che si tratti di una sorta di miracolo, e vogliono avere la conferma ufficiale del fenomeno soprannaturale mettendo la bambina sotto la stretta sorveglianza di due professioniste, “osservatrici neutrali”. Lib e la suora, appunto…

Ispirato al fenomeno delle cosiddette “digiunanti”, giovani donne o bambine che tra il XVI e il XX secolo affermavano di vivere per lunghissimi periodi – anche anni – rispettando un rigoroso digiuno di carattere prevalentemente mistico-religioso, il libro di Emma Donoghue è un felicissimo connubio tra i romanzi “in costume” à la Jane Austen e un claustrofobico thriller psicologico. Sullo sfondo di una Irlanda cupa e stracciona, ancora ferita dalla Grande Carestia (An Gorta Mór) che tra 1845 e 1848 aveva spopolato l’isola facendo strage di contadini e costringendone centinaia di migliaia a emigrare, una giovane e zelante infermiera che ha imparato sul campo di battaglia a trattare le ferite del corpo ma non sa ancora come guarire le ferite del suo cuore – reduce da un gravissimo lutto e dall’abbandono del marito –, si trova a gestire un mistero pieno di sfaccettature inquietanti. La piccola Anna O’Donnell è la pedina di un bieco calcolo turistico-religioso, una anoressica vittima di una arcaica superstizione o una mistica toccata da Dio? E sta realmente sopravvivendo miracolosamente al digiuno o viceversa si sta lentamente spegnendo? Che ruolo hanno in questo gioco macabro i suoi genitori, una famiglia di contadini creduloni e poveri? Quale oscuro segreto nasconde nel suo passato la bambina? Ma la Donoghue utilizza il personaggio di Lib per affrontare anche argomenti come le tensioni politiche e culturali tra Irlanda e Inghilterra, gli albori della professione infermieristica, lo scontro tra scienza e religione. Temi importanti, che però la scrittrice irlandese di nascita e canadese di adozione sa inserire con maestria in un plot appassionante, una storia serrata che è impossibile abbandonare prima delle turbinose, angoscianti, emozionanti pagine finali.



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