Il Profumo dei fiori in Iraq

Il Profumo dei fiori in Iraq
Kathmiya e Shafiq sono due ragazzi nati in un tempo e in un luogo troppo stretti per loro. È l’Iraq degli anni ’40, un paese tradizionalista, fatto di regole severe, scritte in un’ipotetica legge che interpreta valori come la dignità, la purezza e l’esperienza in maniera assolutamente particolare. Kathmiya è una ragazzina troppo ribelle per quegli anni e fin troppo intelligente per lo status che un paese come l’Iraq riserva alle donne. Sono prima figlie, asservite a famiglie patriarcali, poi mogli, ma solo se giunte al matrimonio in uno stato di purezza, successivamente madri di uno, due, n figli. Kathmiya sembra uscire fuori da questo modo di vivere e di interpretare la vita, è ambiziosa, vuole studiare ma, stranamente, sogna anche di sposarsi, di trovare un buon uomo che la accolga come moglie e madre dei suoi figli. Lo scopo di Kathmiya però è un altro: uscire fuori dalla condizione di domestica a cui l’hanno relegata i suoi genitori, verso la quale era stata diretta dopo una sorta di allontanamento dal nido familiare. Jamila, la madre, sembra misurare le parole, non le spiega perché sua sorella non ha avuto alcuna difficoltà a trovare marito e, per questo, la deride, non le spiega perché a volte i suoi occhi si illuminano di uno strano bagliore sconosciuto, non riesce a dirle il motivo per cui nessuna delle sponsali accetta di trovarle un marito. Non dà una giustificazione all’odio che il padre Ali prova nei suoi confronti. Poi c’è Shafiq, quello strano ragazzino conosciuto a casa dei ricchi padroni. La guarda in maniera diversa, la scruta da lontano, rispettando le buone maniere e limitandosi al linguaggio del corpo. Tutto sembra segnato nella vita di Kathmiya: è destinata a vivere da sola, vagando di padrone in padrone ad accudire i figli e le case degli altri. Un’ingiustizia, una vergogna per una donna irachena, il cui unico obiettivo e sogno della vita non sono i libri o la cultura ma in primis un uomo, che la faccia sentire donna. Anche Kathmiya sogna questo, ma lo fa in maniera diversa, stanca di sottostare alle regole e desiderosa di dare una svolta alla sua vita. La sua svolta, anche se momentanea, si chiamerà Shafiq. La sua vita da uomo o futuro tale è sicuramente più semplice e meno sofferta. I suoi problemi principali riguardano la strada della politica, dei primi rivolgimenti civili, della presa di consapevolezza dell’esistenza di nuovi valori, ambizioni sconosciute e ideali. Ma sullo sfondo del comunismo e della sua repressione, Shafiq nota Kathmiya: i suoi grandi occhi, dal guizzo nuovo, il suo stare sempre a qualche centimetro da terra. Non sa che gli anni li porteranno ad avvicinarsi pericolosamente troppo, fino a quando le loro vite si intrecceranno per viversi a pieno, sempre nella paura della punizione: certi comportamenti l’Iraq non li permette. Ma non è detto che non sia previsto il colpo di scena…
Il profumo dei fiori in Iraq è un romanzo assolutamente al femminile, in cui spicca la caparbietà e la profondità spirituale dei personaggi. Attraversa la storia più o meno lunga degli anni della guerra, vissuta in un paese in cui l’opinione pubblica non ha alcuna voce in capitolo, in cui la tradizione nasconde tutto e si pone come unico metro di paragone dei comportamenti umani. Jessica Jiji, l’autrice, interpreta alla perfezione la condizione della donna irachena, statica mentre il mondo va avanti. È una donna senza futuro, senza obiettivi, che ha abbandonato i propri sogni nel famoso cassetto, quel cassetto in cui tutto si perde senza trovare uscita. Affascinante, ma ugualmente triste, la descrizione del matrimonio come un rito, come l’ultimo obiettivo del genere femminile, fatto di segni ben precisi e inequivocabili. La donna messa in piazza, con tutte le sue colpe, prima fra tutte un istinto naturale di unirsi all’uomo che ama. È la donna irachena, colei che per andare avanti deve unirsi in matrimonio senza essersi macchiata di alcun peccato, cosa che deve mostrare pubblicamente, sotto gli occhi orgogliosi della propria famiglia che tanto ha fatto per inculcarle certi valori. Una striscia rossa su un lenzuolo bianco segna la sua vita per sempre. L’autrice scandaglia l’animo umano, spostandosi dal punto di vista femminile a quello maschile, con una certa propensione per il primo. Una scrittura che si intinge di sentimento, di passione e si colora degli stati d’animo di due personaggi come Kathmiya e Shafiq, assolutamente fuori dal coro, fuori dal tempo e dalla spazio, irriconoscibili in un mondo in cui sembrano essere stati catapultati. Messi da parte sentimenti e sogni di vita, l’unico modo per riemergere è la fuga, le alternative sono l’accettazione e la menzogna. Ciascuno sceglie la propria via, non prima di aver ceduto piacevolmente ai propri desideri. Tutto per tornare in una realtà che preferisce la menzogna più o meno velata alla scomoda verità. Un’apparenza che logora, ma che salva la vita, nella speranza che un giorno, più o meno lontano, gli errori delle vecchie generazioni non siano solo fonte di scandalo ma servano per compiere un passo avanti, verso la propria emancipazione e la manifestazione della propria essenza. Jessica Jiji ci racconta una storia: è la storia di un popolo, di sentimenti, di una cultura lontana anni luce. Ma gli uomini provano sempre le stesse emozioni e lo stesso amore.

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