Il purgatorio dell’angelo

Il purgatorio dell’angelo

I giuramenti che si fanno fra amici sono sacri, soprattutto quando si sancisce la “complicità” in uno scherzo da cui dipende o potrebbe dipendere il futuro di quegli amici, quali che possano essere le conseguenze. In un sabato di maggio del 1933, sulla spiaggia di villa Maisto, difficile da raggiungere, dove c’è anche una sorgente di acqua minerale e i ragazzini vanno a raccogliere i granchi, luogo ideale per gli innamorati in cerca di solitudine e per chi ha bisogno di un posto in cui meditare, viene trovato un prete ucciso. È padre Angelo, un anziano notissimo appartenente alla Compagnia di Gesù. “Io confesso, ti confesso, lascialo stare, lascia che viva, io ti confesso”: queste le parole che il gesuita stava pronunciando quando qualcuno gli ha fracassato il cranio. Il commissario Ricciardi le sente echeggiare nella sua testa grazie al suo talento paranormale. Era in ginocchio, il prete, come se si stesse appunto confessando. Come sempre, le parole del morto anziché aiutare la comprensione, aprono scenari. Risolvere il caso, scoprire chi ha voluto uccidere Angelo De Lillo, confessore di buona parte dell’alta borghesia napoletana, padre spirituale e uomo integerrimo, ma soprattutto perché, non è l’unico pensiero di Ricciardi. La sua storia d’amore con la dirimpettaia Enrica Colombo è ad un punto cruciale. La sua “follia”, quel potere di vedere i morti, di sentirli è un ostacolo al concretizzarsi dell’amore in matrimonio e figli. O almeno lui la vive così: avrà il coraggio di confessare ad Enrica che non vuole figli per paura che la maledizione del dolore li perseguiti? Avrà il coraggio di rischiare di perdere la donna che ormai è sicuro di amare e di volere al suo fianco?

Sono sempre più forti i dubbi che incatenano il commissario. La paura di essere pazzo e di poter trasmettere la sua follia ad eventuali figli. La paura di essere condannato alla solitudine e la consapevolezza del rischio di condannare alla solitudine la donna che ama. Questo è il cuore della storia: il resto è come sempre perfetto, ma come sempre è un pretesto. Per inciso, se è vero che la trama gialla è marginale rispetto al progetto, è anche vero che questo è particolarmente astruso, per l’uso (davvero magistrale) dei termini con cui l’autore gioca come un artista del Cirque du soleil. Le storie personali di Ricciardi e dei suoi compagni di viaggio sono ancora una volta il motore di questo romanzo. Il tifo fra i lettori è roba da stadio, c’è chi vuole il commissario con Enrica chi con Livia e chi spera che dalla finzione – vedi Serenata senza nome – si passi alla realtà. Cosa abbia in mente Maurizio de Giovanni lo sa solo lui, nel frattempo continua a portarci nelle vite di ogni protagonista, compresi vittima e assassino, che rivelano una verità che aveva già scritto la grande Agatha Christie: la natura umana non cambia mai. Forse uno dei segreti del successo è proprio questo, fatti i dovuti distinguo dovuti al periodo storico, ognuno può ritrovarsi in uno dei personaggi, nelle sue passioni, nelle miserie, nei desideri e nei modi di agire. Un altro motivo è sicuramente l ‘amore, in ogni sua forma, passionale, familiare, amicale. Rimane il fatto che anche questo romanzo resisterà all’usura del tempo e ci regala qualche ora di svago e qualcosa di indefinibile che ci rimarrà dentro per sempre.



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