Il quaderno dei nomi perduti

Il quaderno dei nomi perduti

Doris è seduta al tavolo della sua cucina al n.25 della via Bastugatan, nella sua adorata Svezia. Tutte le sue cose sono al posto giusto, al posto che lei ha assegnato loro. Ognuna ha appeso un ricordo, ognuna ha un valore per lei, che ne conosce la storia. La sua vita da donna molto anziana e senza famiglia adesso dipende da chi si prende cura di lei, donne mandate dagli uffici dell’assistenza sociale che cambiano sempre e che la trattano come se fosse stata sempre vecchia e incapace di prendersi cura di sé, come se avesse perso ogni capacità di esistere e di essere. Loro non sanno niente di chi lei veramente è. Sul tavolo, accanto alle sue cose, sulla tovaglia azzurra senza una sola piega c’è il quaderno dalla copertina rossa che le ha regalato suo padre, il falegname che amava leggere, quando aveva compiuto dieci anni. In quelle pagine ingiallite e con i bordi piegati, ci sono scritti tutti “i nomi delle persone che ha amato e che l’hanno tradita”. La mappa del suo stesso essere. Su molti di quei nomi è segnata una lunga riga che li cancella e a lato c’è scritto: morto. È rimasta solo lei ormai e l’unica persona che ancora fa parte della sua vita è Jenny, sua pronipote, figlia di Agnes, la sua sorella minore che abita dall’altra parte del mondo dove anche lei ha vissuto. Cosa succederà della sua storia, di ciò che lei è stata, delle persone che ha incontrato e hanno fatto parte della sua vita quando morirà? E così è proprio a Jenny che consegna la sua storia, raccontandola con una scrittura minuta sui fogli e al pc quando anche scrivere diventa impossibile, a lei affida tutto ciò che è stata e anche ciò che è. Sarà Jenny a chiudere il cerchio, a ricongiungere ciò che la vita ha diviso, impedito, lasciato in sospeso, perché “Alla fine, tutto ciò che conta è l’amore”…

Un romanzo delicato, soffuso da una malinconia densa e persistente che avvolge la protagonista e ognuno dei personaggi che hanno fatto parte della sua vita. La prosa è fluida e leggera, veloce. Lo sguardo di Doris si posa sulla sua vita attraverso le diverse età, narra la sua ingenuità, il suo animo che, nonostante ciò che vive, sembra sempre essere avulso dal reale, come se non lo comprendesse appieno, come se lo subisse senza averlo mai scelto. Si procede tra gli eventi, tra le storie, tra i personaggi con la sensazione di non sapere davvero tutto quello che ci sia da sapere, come se su alcuni fatti è meglio sorvolare per non andare in fondo alla loro bruttezza e alla sofferenza che hanno scatenato. Una cronaca come distaccata, guardata dall’esterno, come può essere ogni cosa che si è vissuta e appartiene al passato. Il dolore che ha causato è lontano e non lo si vuole rivivere. Ci si immedesima in Doris, nel suo dolore d’esistere e lo si vede divenire sempre più grande, sempre più avvolgente. L’autrice dipinge i personaggi con tratti sapienti, attraverso le loro manie, il loro modo caratteristico di attraversare il mondo. Vite reali, quotidiane, semplici e la grande storia come sfondo che incide su di loro, le dirige, le impregna e le condiziona. Doris agisce, si muove, combatte il destino, non si lascia abbattere dai suoi colpi, decide, risponde ai suoi attacchi e non si arrende. Qualunque cosa faccia però la verità è che è proprio il fato ad orientare la sua esistenza e quella di tutti gli altri. Gli ambienti raccontano la loro parte di storia, la caratterizzano e ne sono parte, come un coronamento, come un elemento narrativo in più. L’unica cosa che conta alla fine non è cosa sia capitato in sorte, ma quanto si è stati capaci di amare. La narrazione scivola via veloce e tesse una storia commovente e tenera, in cui il vero protagonista è l’amore oltre ogni limite. “E tu, hai mai amato abbastanza?”.



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