Il quinto rischio

Il quinto rischio

Dopo le elezioni del 2016 che portarono all’affermazione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti dopo Barack Obama, fu preparato, come di routine e soprattutto come previsto dalla legge, un transition team, un gruppo di dirigenti politici che nei mesi successivi alle elezioni e prima dell’investitura ufficiale del nuovo capo di Stato avrebbe dovuto garantire il corretto e necessario passaggio di informazioni e consegne alla nuova direzione politica perché potesse prendere coscientemente le sue decisioni, come da programma elettorale, sulla base di un’accurata analisi dello stato dell’arte. Alle resistenze iniziali di Trump che riteneva questo gruppo uno spreco ed un insulto alla sua capacità manageriale (in fondo gli Stati Uniti non sono altro che un’altra azienda da gestire secondo il suo modello patriarcale e clientelare, almeno così pensava e probabilmente ancora pensa Donald), seguì un periodo di apprendimento che di fatto portò due amministrazioni totalmente differenti, quella di Obama e quella di Trump, ad incontrarsi per il passaggio di consegne in modo che nessuno avesse potuto dire di non aver rispettato le regole, di non essere a conoscenza dello stato di salute degli USA, di non “averlo detto”. Passarono però settimane e mesi prima che i principali dipartimenti (dell’agricoltura, dell’energia elettrica, della sanità, dell’istruzione…) potessero vedere un nuovo responsabile politico affacciarsi all’uscio per cominciare a prendere dimestichezza con la nuova sala di comando. In tutti i casi chi si presentò alla porta del nuovo ramo di azienda portava idee confuse e superficiali. La nuova era politica era iniziata…

Non c’è nulla di peggio di un gruppo dirigente politico impreparato: ecco qual è il “quinto rischio”, quello di ignorare o peggio ancora minimizzare i problemi di un sistema, di credere di avere tutto sotto controllo, quando invece non si ha nulla sotto controllo se non una piccola pregiudizievole parte del sistema stesso. Michael Lewis ci introduce senza troppe metafore o giri di parole nella cronaca di un disastro annunciato, quello dell’amministrazione Trump, ma anche nell’impietoso affresco di un megalomane circondato da una cerchia stretta di inetti (per lo più prelevati fra i fidi familiari) che gli permettono di gestire l’azienda-USA come una qualunque fabbrichetta. Nonostante gli argomenti particolarmente tecnici e burocratici, Lewis riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore coinvolgendolo in un climax ascendente di stupore di fronte alla superficialità ed alla incapacità di Trump e dei suoi uomini fidati. Non è soltanto un saggio di storia politica, ma un fine ritratto psicologico di un uomo solo al comando della nazione più importante ed influente della nostra Terra, senza che quest’uomo si sia premurato di “studiare” il libretto delle istruzioni. È l’analisi sociologica di un mondo di barbari che fa di tutto per retrocedere nella piramide evolutiva, ignorando deliberatamente le regole del buon senso, per questioni ideologiche e culturali: siamo di nuovo in un sistema autarchico che fatica a curarsi. Se ci pensiamo con calma, siamo davvero fortunati perché nonostante tutto anche oggi non abbiamo sfiorato l’estinzione.



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