Il ragazzo che sognava Kim Novak

Il ragazzo che sognava Kim Novak
“Se è vero quello che ho letto una volta, che ogni essere umano porta dentro di sé un racconto, allora forse questa dell’omicidio di Berra Albertsson dev’essere stata proprio la mia storia. Non solo mia, del resto”. Un anno imprecisato in quelli che sono stati per molti i mitici e controversi Sessanta, Svezia. Erik è un quattordicenne di quelli che ai tempi moderni latitano: puro, semplice, autentico, taciturno. Da suo padre, di professione secondino, impara che così è la vita, si tira avanti, poteva andare peggio e che quella che stanno per vivere sarà un estate dura, molto dura. Una madre malata di cancro ricoverata all’ospedale e un sogno adolescenziale: la supplente di scuola che somiglia come una goccia d’acqua a Kim Novak. Giovane, bellissima, irraggiungibile. In poche parole: un sogno e una tentazione, una figura su cui fantasticare. Un’estate che Erik passa a Genesaret, località desolata su un lago svedese insieme al fratello Henry, spirito anticonformista e icona tipica del bello e dannato, alle prese con la stesura di un libro a proposito della vita e ad Edmund, coetaneo e compagno di scuola. Fino a che non accade il Fattaccio: il fidanzato di Ewa Kaludis (Kim Novak), stella che brilla nel firmamento della pallamano, viene assassinato proprio di fronte alla loro casa sulle rive del lago. È così che un tempo magico, fatto di niente eppure di tutto, fatto di pedalate in bicicletta, remate in barca fino all’Isola delle Cacche di Gabbiano o a fare le scorte per la dispensa presso l’emporio dall’altra sponda, un tempo sospeso come una nebbia fluttuante, che scorre lento, eppure pacifico, tra la lettura di gialli e polizieschi e la creazione di un fumetto che ha come protagonista un colonnello di nome Darkin viene stravolto dal Fattaccio, un evento che cambierà le sorti della loro estate e della loro intera vita, perché niente sarà più come prima...
Håkan Nesser ha creato un gioiello, di piccole dimensioni forse, ma brillante al punto da accecare. C’è il senso della vita in questo romanzo, c’è la stupefacente natura della crescita passando per l’adolescenza, c’è la costruzione di un rapporto di amicizia che durerà fino alla morte, c’è il divertimento che non ha bisogno di computer, cellulari, televisori e serate per svuotare il portafoglio tentando di colmare l’anima ma che si fa bastare un succo di mela, un tuffo in acqua ed un cielo stellato. C’è l’autenticità di questa avventura che si chiama vita. E sullo sfondo di un giallo che attende una soluzione che non arriva mai, neanche all’ultima riga, si tesse un quadro acquerellato che appenderemmo volentieri alle pareti di casa nostra. Erik entra subito nelle simpatie del lettore con il suo spirito leggero, la sua introversione, la sua passionalità acerba, i suoi dubbi inespressi e la sua personalità non ancora totalmente formata, che intravediamo solo tramite contorni che parlano dell’uomo che diventerà. E poi c’è Ewa, figura nodale, portante, per quanto resti sempre in secondo piano; la donna che rappresenta l’oggetto del desiderio, la bellezza in senso assoluto, la speranza, la spaccatura che si crea tra due pareti rocciose, il cambiamento. “Ewa Kalaudis. Le sue mani calde e forti sulle mie spalle e il suo corpo nudo. L’unica cosa che avevo ancora. L’unica cosa che ho avuto la fortuna di conservare, è il corpo stupendo di Ewa Kalaudis. Poteva andare peggio”. A noi invece, se abbiamo tra le mani questo libro dalla copertina giallo acceso, è andata benissimo. Per ritrovare il sapore di estati andate eppure ancora vive e per continuare a pensare che tanto “con il tempo si vedrà”.

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