Il ragazzo di Auschwitz

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Il suo cognome prima dell’America era Rozental e il suo nome Szmulek, ma tutto questo appartiene a un’altra terra, a un altro mondo, ad altre situazioni. Oggi si chiama Steve Ross, ma la sua vita è cominciata nel 1931 in Polonia, a Lodz. Quello che ha vissuto sarebbe meglio non raccontarlo. La gente continua a dirgli di non dimenticare, ma in realtà è tutto quello che vorrebbe fare. Dimenticare. Nomi, facce, voci, orrori. E tutte quelle schifezze di cui ti rendi conto all’improvviso, a otto anni, ti parlano in tedesco. La famiglia di Steve non è ricca, ma nemmeno poverissima. Il papà, macellaio, trova tutte le risposte nel Talmud e invita il figlio a studiare e a trovare le indicazioni nelle parole di Dio. Il fratello maggiore, Herzil, è stato quello che ha portato la corrente elettrica in sinagoga, quasi come una magia e Steve ha creduto che lo fosse davvero. Poi sono arrivati i tedeschi. Altro che ricordare! Certe mattine quando si sveglia e realizza che sono tutti morti, che lui stesso è passato per dieci campi di concentramento diversi, superando la fame, le botte, perfino le violenze sessuali e l’avvelenamento, si sente mancare il fiato. E piange. Non c’è un motivo per cui ce l’ha fatta mentre fratelli, sorelle, cugini, genitori, amici, vicini di casa, sono morti. Semplicemente è stato fortunato, anche se nel tempo in molti hanno messo in dubbio questa sua idea di fortuna. No, come può continuare a ricordare? Eppure deve farlo, perché nella sua seconda vita, in America, ne parla spesso con dei ragazzi che, a scuola, gli si siedono intorno sul pavimento della palestra...

C’è una frase capace di gelare il sangue nelle vene, ogni volta che si sente ripeterla, ed è relativa alla voglia di dimenticare. Gli ebrei che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale, anche se non l’esperienza diretta dei campi di concentramento, ma di sicuro la paura di essere scoperti, deportati, uccisi, spesso scelgono di dimenticare, cancellare quel brutto capitolo, allontanando da sé un tratto di vita lungo alcuni anni. Viene da chiedersi se lo fanno per loro stessi o semplicemente per risparmiarci la vergogna di non aver fatto abbastanza, di appartenere a un genere umano violento e cattivo, di aver voltato lo sguardo dall’altra parte. In questo libro c’è l’ennesima storia vera di un ebreo deportato, c’è l’ennesima sfilata di orrori, perché non dobbiamo dimenticare dove arriva la malvagità del genere umano, cosa arriva a inventarsi, convincendosi al tempo stesso di essere dalla parte giusta. Ma si deve continuare a ricordare, finché ci saranno testimonianze dirette si deve continuare a scriverne, a raccontarle, perché (ma forse si tratta solo di un eccesso di fiducia nel genere umano) finché se ne parla possiamo provare orrore, ritrovare il senso della solidarietà, capire. In questo libro lo stesso Steve Ross era un bambino, con tutta l’ingenuità, la semplicità, il candore dei più piccoli che si fidano anche del soldato, solo perché è “normale”, con il naso dritto, la fossetta sul mento, senza cicatrici a indicare che non ha subito violenza, non è stato picchiato, quindi non può sentire il bisogno di sfogarsi sugli altri. E ti fa stringere il cuore per la domanda che si fa: “Quali forze invisibili esistono nel nostro mondo perché un uomo possa marcire in modo così profondo?”. Una nota personale: era tanto tempo che non mi capitava con un libro, ma questo va al di là. Ho pianto leggendo.



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