Il ragazzo morto e le comete

Il ragazzo morto e le comete
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Il ragazzo di quindici anni ha un amico del cuore: Fiore. Dividono le loro giornate tra scorribande, cinema, giri in bicicletta, passeggiate in una città decadente e spettrale (siamo dell’immediato dopoguerra), che serba intatto il fascino acquoso della laguna nella quale si specchiano le barche beccheggianti. Fiore e il suo amico accendono falò lungo le rive, osservano il tempo, soprattutto camminano e camminano, perdendosi nei rovi di casolari dissestati dove aleggia lo spirito delle vite perdute. Hanno imparato a fumare sigarette americane, fare esplodere petardi scimmiottando la guerra. Conservano rivoltelle vere che portano con sé come giocattoli, insieme alla memoria dei bombardamenti che spesso li coglievano a scuola. Intorno a loro una girandola di stralunati: Squerloz, che ama gli animali e vive con un barbagianni, una civetta e un topo bianco nel lerciume disseminato per casa; Edera, innocente prostituta, sposa infine di un soldato americano, ma ancora disponibile alle carezze ruvide di altri e la tenera Primerose, paralizzata, coi calzettoni di lana a fasciarle le gambe immobili. Il ragazzo di quindici anni, di cui non conosciamo il nome, gioca con quest’ultima, turbato dalla sensualità innocente con la quale gli si offre nella stramba notte in cui si calano in un pozzo dove risuonano risate di fantasmi. Fiore ricorda le mattine in cui marinavano la scuola, le pedalate a rotta di collo, il modo buffo in cui montavano sull’unica sella di una bici da donna e si immalinconisce guardandola appesa ad una trave in soffitta. L’amico lo ha lasciato per sempre, continuando a vivere in un mondo parallelo di scomparsi, in cui lo spartiacque tra l’esistere e il non essere è labile come certi sogni, che sembrano veri per la forza dell’esperienza emotiva trasmessa…

Un romanzo stralunato, breve, fatto di frammenti onirici che finiscono col combaciare solo a fine lettura. Difficile cogliere dall’incipit un filo conduttore, le cose si disvelano nello svolgersi delle pagine in cui una mescolanza di morte e vita scombina le carte. Allora i cadaveri sembrano vegeti, interagiscono tra loro, perpetuano se stessi nel mondo parallelo dove conservano gli umani egoismi, le esigenze del corpo, addirittura gli istinti dei vivi. Di grande raffinatezza la scrittura, che scivola lirica, incisiva, tremolante come l’acqua di una Venezia immaginifica, mai nominata eppure presente negli umori, nelle calli maleodoranti di una città di anfratti umidi, melmosi, marginali dove si dipana la vita dei personaggi. Un libro difficile, poco discorsivo, allucinato in alcuni passi, in cui le figure hanno tratti surreali, pittorici, sospesi tra il reale e il fantastico. L’autore, Goffredo Parise, giornalista e scrittore, esordì con quest’opera nel 1951 a soli vent’anni, rivelando un talento narrativo originale e precocissimo seppur ancora grezzo, che lascia basiti in considerazione della sua giovane età. L’editore Neri Pozza decise peraltro di pubblicare Il ragazzo morto e le comete nella versione originaria, assecondando la volontà dello scrittore che rifiutò le correzioni proposte. Il lettore a tratti non si raccapezza in questo viaggio nello spazio e nel tempo interiore dei personaggi, deve strizzare gli occhi per discernere il vero dall’allucinazione; solo nelle ultime righe può abbandonarsi alla bellezza dello scritto, avendo contezza che il suo pregio sta proprio nell’averlo calato in un’atmosfera impalpabile, sfuggente, che tutto ammanta di una nebbia crepuscolare, in cui emergono echi, ombre, visioni, lucori abbacinanti come il belletto sbavato di Antoine, un travestito sfiorito dai capelli tinti, col suo armadio colmo di trine, broccati, vestigia inesorabili di un eros morente che ancora implora attenzioni, rendendosi patetico con le sue rughe infarinate di cipria. Tra tutti i personaggi Antoine è senz’altro il più memorabile: di felliniana fattura, richiama alla memoria frammenti cinematografici indelebili di cui però abbiamo smarrito la trama. Non è un caso che il giovane Parise amasse il cinema e vivesse proprio di fronte ad una chiesa sconsacrata adibita a sala di proiezione. Un libro senz’altro affascinante, che racconta per evocazione ed immagini, irretendo particolarmente il lettore empatico, sensibile a un certo tipo di narrazioni alchemiche.



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