Il ragazzo selvaggio

Il ragazzo selvaggio
Sembrava solo una leggenda nata nelle foreste del sud della Francia, eppure nell’autunno del 1797 alcuni cacciatori riuscirono a catturare il ragazzo selvaggio. Era un bambino di circa otto anni, di una magrezza impressionante, con i capelli incolti, i denti gialli e aguzzi e lo sguardo perso nel vuoto. Un barbaro che non voleva avere nulla a che fare con quei bipedi che lo osservavano inorriditi. Così scappò, e il suo mito crebbe. Il re era morto e la vita stava tornando alla normalità: le persone avevano bisogno di aggrapparsi ad un mistero. Volevano vederlo, scoprire se era umano o sovrannaturale, e, come avrebbero fatto di fronte ad una tigre affamata, gli uomini organizzarono delle battute di caccia. Fu trovato in cima ad un albero, e stanato con il fuoco. Ma la civiltà non era il suo posto: gli uomini non gli interessavano. Mordeva, graffiava, scappava e veniva riacciuffato. Preferiva acciambellarsi in terra, piuttosto che dormire nel letto che gli avevano preparato, divorava gli animali domestici e non aveva nessuna intenzione di comunicare. La gente di Lacaune si stancò presto di quel fenomeno da baraccone. Ma intanto la sua fama si era diffusa a Parigi ed era arrivata fino all’Abbé Roche-Ambroise Sicard, insigne naturalista dell’Istituto dei Sordomuti. Trasformare quell’essere selvaggio in un uomo significava scrivere la scienza...
Tratto da una storia vera (cercate su google: il ragazzo dell’Aveyron) resa famosa dal rapporto del giovane medico Itard (pubblicato in Italia da SE) e già fonte di ispirazione per François Truffaut (ne “Il ragazzo selvaggio”, appunto), non si può certo affermare che questo sia un romanzo originale. Tuttavia, la scrittura impeccabile di Boyle può confondere chi di questo celebre caso di cronaca non ha mai sentito parlare. Lo scrittore statunitense, infatti, rievoca con realismo linguaggio, personaggi ed ambientazioni del sud della Francia post-rivoluzione, tanto che, non conoscendo la sua biografia, verrebbe da pensare all’opera di fantasia di uno scrittore dell’epoca. Ma la vita reale, si sa, non è avvincente come la fiction, e non è quindi solo colpa dell’autore se alcuni personaggi sono un po’ piatti o la trama poco avvincente. Però bisogna anche riconoscere che gran parte del merito di obbligare il lettore a porsi alcune importanti domande è di Boyle, la cui narrazione lascia aperte, pagina dopo pagina, diverse questioni filosofiche. Qual è il rapporto natura-civiltà? Soggetti si nasce o si diventa? La comunicazione è un istinto umano? Aveva ragione Rousseau con il suo concetto di buon selvaggio? Se non siete interessati a tali questioni, beh, forse sarebbe meglio lasciar perdere.

 

 

 

 
 
 
 
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