Il ragazzo selvatico

Paolo è un giovane scrittore che cavalca l’onda crestata di un successo nazionale inaspettato. Lusingato e sfiancato dal suo lavoro e dalla gavetta che ha dovuto attraversare, decide di concedersi un’esperienza atipica ma a lungo desiderata. Messa da parte una certa somma di denaro, affitta tra i monti del Gran Paradiso una piccola baita. Alle porte della primavera ci si trasferisce, solo – perché in cerca di una solitudine confortante – in compagnia delle sue idee – perché alla scoperta di una nuova vena. Qui trova una differente dimensione della vita, che è la sua ma è anche altro, radicata e ricca. La solitudine forzata gli regala valori più sicuri e i rapporti acquistano una sicurezza necessaria e fragile. Non solo con gli uomini, che ormai vede di rado, ma soprattutto con gli animali e la natura che lo circondano e comandano…

Molto vicino al diario, Il ragazzo selvaggio è in realtà un romanzo fatto di racconti. Scritto in un italiano attento e moderno e fondato su di una sintassi scorrevole e matura. Mai mutevole, sempre coerente con sé stesso, il lessico usato da Cognetti è la giustapposizione tra una lingua che è quotidiana e letteraria. Ciò che racconta questa lingua è ben anticipato dallo scrittore nelle prime pagine del libro. È il resoconto di un viaggio ispirato dai ricordi di un’infanzia che si sta allontanando sempre più velocemente, di ciò che forse sarebbe potuto essere e comunque sta accadendo (la letteratura a volte è magnificamente psichedelica). Inoltre è un sentito omaggio alla letteratura di genere – che purtroppo non esiste – e che si ritrova tra le pieghe della prosa più accorata. Non un saggio naturalistico, ma un manuale religioso. Un discorso a cuore aperto. Uno sfogo aritmetico. Un catalogo. Un breviario. Il piccolo romanzo di una sola persona, non di una persona sola.



 

 

 

 
 
 
 

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