Il ranch della giumenta perduta

Il ranch della giumenta perduta
Per John Evans detto Curly John, oggi, 7 ottobre 1947, è un compleanno come da tradizione. I muffin per colazione e la dozzina di fazzoletti sono un regalo di sua sorella Mathilda, che per l’occasione si metterà due gocce di profumo, proprio come ogni anno. I suoi sessantotto anni rintoccano regolari, come regolare sarà l’incontro con Peggy Clum, a Tucson. Il primo tratto verso la città lo fa in groppa ad un cavallo, come si faceva una volta, quando il mondo circostante era ancora selvaggio West e sulle piste transitavano solo mandrie, buoi, cavalli e carri. Sullo sfondo le imponenti montagne dell’Arizona, uno spettacolo familiare e confortante che sembra racchiudere tutto il suo universo in quel paesaggio immutabile. Ma per arrivare ai bordi della città e prendere l’autobus che lo porterà da Mrs Clum, Curly John deve attraversare un punto particolare della pista, dove la vegetazione si riduce a pochi cactus. Proprio in quel tratto, nell’agosto del 1909, un messicano di nome Romero aveva tentato di ucciderlo tendendogli un agguato, finendo a sua volta ucciso dalla pistolettata di ritorno di John. Un attentato che per trentotto anni è stata una vera ossessione, perché l’unico sospettato di essere il mandante è Andy (che da quel giorno per lui sarà solamente l’Altro, l’Innominabile), amico d’infanzia ed un tempo socio in affari dello stesso John. Ed è una ferita ancora aperta, che ora brucia più che mai, perché tra le carte di un vecchio baule comperato all’asta, John scopre una lettera sbiadita che fa esplicito riferimento ai piani dell’imboscata nei suoi confronti…
Poche scritture sono eleganti, delicate e funzionali allo stesso tempo come quella di Georges Simenon, che con questo libro ci racconta di un Far West appena passato, i cui echi nostalgici risuonano ancora nei discorsi dei vecchi cowboy appollaiati alle verande e nei ruderi dell’antica miniera ormai sviscerata fino in fondo. Il suo è un paesaggio in campo lungo, à la John Ford, distante eppure rassicurante nei suoi tratti perenni, mentre le città si sono espanse, coagulate in nuove forme che Curly John non riconosce e alle quali non si sente d’appartenere. Anche il vecchio saloon, intatto nella sua forma, dentro raccoglie i suoi vecchi ricordi in souvenir per turisti, rendendolo triste e poco accogliente. I cowboy nascondono tratti di un sentimentalismo europeo che trasformano la virile amicizia tra John e Andy in un legame più sentimentale e profondo, lontano dagli standard ai quali scrittori come Louis L’Amour ci hanno abituati, sebbene l’ostinato silenzio tra uomini sia un carattere comune ad entrambi. Per trentotto anni John ha creduto di conoscere la verità sul mandante, senza però mai interpellarlo direttamente, convincendosi e convincendo gli altri che fosse la cosa giusta da fare. I dubbi, però, non l’hanno mai abbandonato, sebbene abbia cercato in tutti i modi di nasconderli con l’orgoglio. “Se tu fossi una donna anziché un cretino di uomo lo sapresti anche tu” fa dire Simenon a Mrs Clum, e la frase la dice lunga sul come e sul perché certi argomenti tra maschi siano tabù. Il filo conduttore che mi pare permeare tutto il racconto sta nella amara considerazione che Simenon fa riguardo alle persone. Poiché uno si crede uomo e poi, invecchiando, pensa di aver imparato tutto. Anzi, ne è fermamente convinto. E così se la prende con Dio e con la vita quando qualche cosa non funziona più, senza pensare che per tutta la sua esistenza si è solamente limitato a sfiorare le persone, senza mai capirle veramente.

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