Il re dei torti

Il re dei torti
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Clay Carter è un onesto avvocato trentunenne che sbarca il lunario lavorando all’Ufficio del gratuito patrocinio di Washington. Pochi soldi, ancor meno soddisfazioni e una vita sentimentale alla quale il rifiuto di Clay di un impiego remunerativo in un prestigioso studio della Virginia offerto dai genitori di Rebecca (la fidanzata) ha messo la parola fine. Fedele ai suoi principi, Clay sceglie di continuare a seguire le sorti degli indigenti e accetta la difesa di Tequila Watson, un giovane tossicodipendente di colore che, appena uscito dal centro di riabilitazione, uccide senza alcun motivo un coetaneo. È a questo punto che sulla strada di Clay si fa vivo Max Pace, un enigmatico personaggio che gli rivela la verità sull’omicidio: Tequila faceva uso di un farmaco prodotto da una multinazionale, in grado di curare la dipendenza da droghe ma con il terribile effetto collaterale di stimolare impulsi omicidi. In cambio del silenzio di Clay, Pace gli offre milioni e milioni di dollari e una sfavillante carriera. Abbandonata etica e morale, Clay accetta: apre uno studio lussuosissimo nel centro di Washington, acquista una splendida casa nel quartiere residenziale, viaggia in porsche e jet privato, frequenta una bellissima top-model. Grazie alle soffiate del suo losco amico, il nome di Clay – che si è guadagnato l’appellativo di ‘Re dei torti’ - rimbalza sulle cronache fra la ristretta cerchia di ricchissimi esperti in cause alla collettività. Ma tutto ha un prezzo e anche Clay dovrà pagare, in quel mondo cinico e spietato, il suo conto…

La gloria e il successo non sono solo luccichio e splendore. L’altra faccia della medaglia è un lato denso e sinistro di tenebre. Ed è proprio su questo lato oscuro, raccontando la trasformazione di un giovane paladino della giustizia in bieco sfruttatore dei propri clienti, che John Grisham con vera maestria riesce a creare una storia avvincente dagli sfondi tuttavia raccapriccianti (spesso non troppo lontani dalla realtà). Cronache giudiziarie, cause collettive intentate a case farmaceutiche produttrici di medicinali ‘miracolosi’ ma dai terribili effetti collaterali - tumori alla vescica, istinti omicidi, disturbi cardiocircolatori – sospendono l’attenzione del lettore. E anche il respiro si ferma, ma (decisamente) non sulla storia. Grisham, ben conoscitore degli ambienti giuridici e giudiziari, gioca tutte le sue carte migliori per richiamare le coscienze al valore della vita, predato dalle manovre delle industrie farmaceutiche, dalle speculazioni delle assicurazioni e dalle bramosie di potere degli studi legali che si arricchiscono, in un affannarsi senza scrupoli, sulle miserie umane e sulle malattie. È una accusa dura a un ingranaggio cinico e vizioso che coinvolge tutti i canali: dall’individuo arrogante, pieno di sé e del suo successo, fino ai mezzi pubblicitari – stampa, televisione – inebriati tutti dal solo obiettivo di arrivare ad ottenere il più alto numero di pazienti danneggiati dal farmaco e disposti a ricorrere in giudizio. Naturalmente per il proprio tornaconto e fior fior di quattrini, a spese di una pelle che non è la loro. La malattia, la monetizzazione della salute, le sfortune altrui diventano cinicamente la gallina dalle uova d’oro, l’occasione da non farsi scappare. Già: perché si può resistere a tutto, fuorché alla tentazione del profumo del denaro. Anche per i più buoni. E così, in questa logica, si comprende come tutto abbia un prezzo. Perfino la malattia che si può stimare – come una merce da contrattare – soppesare bene per ottenerne il ricavo maggiore. Cifre da capogiro, quantità di soldi che piovono tutte insieme tra le mani. Eppure ciò che verrà pattuito, per quanto alto, sarà sempre troppo lontano dal valore della salute, dei terribili effetti collaterali e della qualità della vita perduta. Perché questi, in verità, non hanno prezzo. Considerazione ancora più amara se agli sfortunati pazienti viene insegnato (quasi in una sorta di obbligata costrizione) a ragionare a suon di moneta, a quantificare un bene perduto come unico modo per rimediare al danno ricevuto. Misero specchio delle allodole, perché molti di loro quel denaro non lo vedranno nemmeno, non riusciranno nemmeno a goderlo, perché la vita sfumerà ancora prima che abbiano compreso l’inganno. Ancora prima di immaginare che la vita, la loro vita, potesse essere commercializzata come un oggetto qualunque. Ancora prima di capire che per i soldi si possa perdere la coscienza.



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