Il re di Kahel

Novembre 1879, porto di Marsiglia. Nevica e fa un freddo cane. Olivier de Sanderval pensa tra sé e sé che non c’è davvero un momento migliore per salpare per la calda Africa. Ma si imbarca sul piroscafo “Niger” con uno strano stato d’animo addosso: ama i viaggi, “ma soltanto per il piacere dell’arrivo”. La sua avventura africana non sta iniziando quel giorno: è iniziata quasi quarant’anni prima, in fondo lui ha sempre vissuto “coi piedi sulla terra di Francia e lo spirito laggiù, perso nella nebulosa dei Tropici”. Sin da piccolo sognava di stregoni e cannibali, missionari e coloni, “(…) a otto anni, era chiaro, non si sarebbe più accontentato di diventare esploratore, sarebbe stato il sovrano dei selvaggi”. Ma – mentre sognava l’Africa – doveva pur vivere una vita, e così sono venuti la laurea in Ingegneria, il matrimonio, i figli, l’invenzione della ruota “a mozzi sospesi”, la fabbrica di velocipedi, i soldi, le escursioni alpinistiche. E ora è arrivato il momento di fare in modo che il sogno di sempre diventi realtà. È arrivato il momento di fondare un regno nel Fouta-Djalon. Tra partite di scacchi infinite e oziose chiacchierate, la traversata sul “Niger” va avanti pigramente fino all’approdo a Gorea, davanti alle coste del Senegal. Finalmente de Sanderval è in Africa, ma quella Africa è troppo affollata di europei, quei luoghi hanno troppo il sapore e l’odore del mondo che si è appena lasciato alle spalle: “le zazzere bionde, i capezzoli pallidi, troppo pesanti per stare nel reggiseno, i caschi, le ghette, i baschi, gli accenti catalani e provenzali, i profumi ostentati, i fiati fetidi di vino rosso e anice”. L’Africa profonda invece – lui lo sa, deve essere così – sa di sudore e sale, di zenzero e di cola, “un amalgama di violenza e di gioia”. Per fargli da scorta assolda una piccola colonna di fucilieri senegalesi, un cuoco e un interprete: con loro sale a bordo di un’imbarcazione diretto al Fouta-Djalon. Ha l’impressione di costeggiare l’Africa prima di conquistarla, “così come si carezza la schiena d’una donna prima di penetrarla”…

Quella di Tierno Monénembo (al secolo Thierno Saïdou Diallo), intellettuale e scrittore esule fuggito dalla patria Guinea nel 1969 a causa della dittatura di Ahmed Sékou Touré, è stata negli ultimi decenni una delle voci più interessanti della letteratura africana. In questo immaginifico e colorato romanzo Monénembo racconta, reinventandola, la storia vera di Aimé Olivier de Sanderval. Di famiglia benestante (e soprattutto di animo inquieto, sempre alla ricerca di novità e avventure), dopo aver fondato e guidato la Compagnie Parisienne des Vélocipèdes, tra 1880 e 1919 de Sanderval soggiornò più volte e per lungo tempo in Fouta-Djalon, l’attuale Guinea, dove contribuì a posare i binari della prima ferrovia e a fondare Conakry, capitale dello Stato africano. Un ruolo importante nella storia di quel Paese, ma non quello che avrebbe sognato: il francese infatti sognava di fondare un regno, il suo regno. Il romanzo – che si è aggiudicato il Prix Renaudot nel 2008 (e in questa edizione dalla bellissima grafica è curato da Mariolina Bertini) – è nato da una lunga conversazione avuta dall’autore in un ristorante di Caen con un discendente dell’esploratore francese, che gli ha dato il permesso di consultare i documenti di famiglia custoditi presso gli Archives départementales du Calvados. Monénembo racconta tutto dal punto di vista di de Sanderval, e se la gode un mucchio a descrivere con ironia e persino humour i problemi e le incomprensioni che derivano dall’incontro/scontro di due civiltà e culture così diverse e lontane. Il suo protagonista non gli è antipatico, si percepisce chiaramente: perché mai, se è un colonialista europeo? Forse perché de Sanderval è più sognatore strampalato che conquistatore rapace: egli vuole il Fouta-Djalon per sé, non per la Francia.



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