Il respiro del fuoco

Il respiro del fuoco

L’assassino, l’uomo che Anna non vuole nominare, neanche nella sua mente, perché usare il suo nome è una cortesia di troppo, sorride di fronte a lei e la osserva con occhi lucidi e profondi. La prigionia sembra non aver sortito particolari effetti su di lui. Sotto la tuta da carcerato risaltano i muscoli, segno che non ha abbandonato l’esercizio fisico. I capelli sono ancora folti, il viso ha ancora l’aria perennemente giovane che l’ha contraddistinto, tanto che la stessa Anna, che lui chiama Anita, se non la sapesse già farebbe fatica a indovinare la sua età. I denti sono ancora smaglianti. Ha una voce falsamente gentile. Chiede come funzioni il colloquio, se debba parlare prima lui o prima lei, che dalla tensione si sta facendo sanguinare le mani affondandoci dentro le unghie: non se ne accorge, ma lui sì. Lui, che si sporge lentamente in avanti per quanto le manette gli consentano, che si sfiora le labbra con la punta della lingua e le scruta gli occhi come se volesse affondarvi dentro. “Hai lo stesso profumo, sì. E la stessa pelle candida. Così bianca che il rosso di un fiore spiccherebbe in maniera degna di un quadro. Il rosso di un bocciolo di tulipano, sì… O il rosso del sangue.” “Che ne sai dei Testimoni dell’Avvento?”, gli chiede d’altro canto lei…

Il cielo che sovrasta la cittadina abbandonata di Eden Crossing nei giorni che precedono il Natale si tinge di rosso a causa di un incendio che ha carbonizzato una sorta di tempio nel quale un reverendo, la cui dottrina si imperniava più che altro su un sibillino motto che sottolineava la necessità di accettare l’inaccettabile, e i suoi seguaci si sono dati fuoco. Un classico suicidio rituale, sembrerebbe. Ma Anna Wayne, di professione profiler ‒ ossia profilatrice criminale, come tanti protagonisti di serie tv e film americani, un’esperta delle tecniche psicologiche volte a identificare l'autore di un reato sulla base della natura del reato stesso e delle sue modalità di esecuzione ‒ e il detective da lei coadiuvato, Lucas, non sono affatto convinti dalle apparenze. Federico Inverni, autore che scrive sotto pseudonimo salito alla ribalta non solo nazionale con Il prigioniero della notte, suo romanzo d’esordio e prima opera nella quale compaiono Anna Wayne e Lucas, torna alla narrativa e conferma la felicità della sua vena: l’impianto, la trama, la caratterizzazione degli ambienti e dei personaggi, le tematiche trattate, tutto appare decisamente classico, perfettamente in linea con le peculiarità di un genere che appassiona un grande numero di esigenti lettori. Al tempo stesso riesce a inserire compiutamente elementi di novità: il ritmo è ottimo senza mai essere inutilmente forsennato, la tensione è ben amministrata, la facilità di lettura è emblematica.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER