Il responsabile delle risorse umane

Il responsabile delle risorse umane
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In un settimanale locale di Gerusalemme, uno di quelli che la gente legge solo per trovare gli ultimi sconti del supermercato all’angolo o le offerte di un centro commerciale, esce un articolo infamante scritto da un vero “serpente” del giornalismo israeliano. Ad essere colpita è una grande fabbrica di carta, materiale di cartoleria e pane, soprattutto pane. Quella che da quando è aumentato il numero di attentati terroristici nella città ha visto le vendite di pane schizzare alle stelle, perché in questi periodi il popolo vuole dolci, e la challah del sabato. In quell’articolo si racconta di una donna straniera trovata morta in un mercato ortofrutticolo tra altri ignari passanti, una donna di cui nessuno sa il nome. L’unica cosa trovata accanto al cadavere è il cedolino di appartenenza a quella grande società. Il Serpente accusa i dirigenti di essere individui disumani, non in grado neanche di notare la scomparsa di una loro dipendente. Chiamato in causa, il responsabile delle risorse umane, lui che giura di conoscere ogni piccolo membro di quell’enorme organico, si trova costretto a cercare la verità. Come ha potuto non notare le mancate presenze di quell’addetta alle pulizie del turno notturno, quella bella signora giunta dall’Est Europa? Costretto dalle alte sfere aziendali, metterà da parte la sua vita personale, delegherà il suo ruolo di padre ed inizierà un cammino di ricerca del passato di quella Julia Regaev che molti sembrano amare ed apprezzare. Una donna che ha lasciato il suo freddo Paese pieno di neve, per morire in una città che vive sotto scacco di una lotta intestina infinita…

Abraham B. Yehoshua si conferma con questo libro uno degli autori più sensibili della letteratura israeliana. Il fulcro di tutta la narrazione è la coniugazione dell’umanità e la mancanza della stessa nella società moderna. Il responsabile delle risorse umane protagonista del romanzo mette in discussione, suo malgrado, una vita basata su elementi alquanto superficiali. Perfetti estranei gli mostreranno una tendenza alla comprensione e all’aiuto che lui non si sarebbe mai atteso. Il viaggio verso il Paese natale della vittima dell’attentato è un percorso verso una messa in discussione del proprio futuro, piuttosto che del passato di una sconosciuta. Le ore di straordinario, la carta di credito illimitata offerta dal proprietario della fabbrica non bastano a colmare quell’inaspettato bisogno di riconsiderare tutta la propria esistenza. Di fronte all’umanità tutti fanno un passo indietro, soprattutto lui. Non stupisce il fatto che l’unico personaggio di cui sappiamo esattamente nome e cognome sia proprio la donna morta; gli altri sembrano perdere il loro carattere umano, o forse non averlo mai avuto, soggiogati da quella cappa di fatalismo che contagia tutti a Gerusalemme, dove ognuno in quegli anni poteva essere, purtroppo, Julia Regaev. Bella la scelta di sottolineare i racconti fatti da personaggi secondari o semplici spettatori con l’ausilio del corsivo. Come fossero appendici al discorso narrativo principale, questi passaggi descrivono da un altro punto di vista quello che poi scopriremo, sottolineando a volte il senso di straniamento e diffidenza in cui vive Gerusalemme. Il bellissimo incipit è una pietra lanciata dalla fine del romanzo stesso, ma lo scopriamo soltanto giunti quasi al termine dell’ultimo capitolo. Nel 2010, il regista Eran Riklis ha tratto dal libro un film piacevole ma non pienamente riuscito, che ha rappresentato però Israele agli Oscar dello stesso anno.



 

 

 

 
 
 
 

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