Il richiamo di Chtulhu

Il richiamo di Chtulhu

Inverno 1926-1927. Muore in circostanze oscure George Gammell Angell, professore emerito di lingue semitiche alla Brown University di Providence, Rhode Island, vedovo e senza figli. Il cattedratico novantaduenne si accascia al suolo esanime dopo esser stato urtato in strada da un marinaio di colore, ma i medici, non trovando alcuna lesione sul suo cadavere, concludono che si è tratto di un malore. Il pronipote di Angell, unico erede ed esecutore testamentario del defunto professore, fa trasferire tutte le sue carte a Boston per esaminarle con attenzione. Una cassa in particolare – chiusa con un lucchetto la cui chiave l’anziano portava sempre con sé – si rivela piena di sorprese e misteri: contiene un bizzarro bassorilievo di creta di evidente fattura moderna, appunti disordinati e sconnessi (raccolti con il titolo di Culto di Cthulhu) e ritagli di giornale. Perché Angell teneva così tanto a queste apparenti cianfrusaglie? L’autore del bassorilievo, che è ornato da geroglifici senza senso e raffigura un mostro vagamente antropomorfo dalla testa di piovra e dal corpo di drago, si chiama a quanto pare Henry Anthony Wilcox, ed è un giovane ed eccentrico scultore di Providence. È lo stesso defunto prozio a raccontare nei suoi appunti che nel marzo 1925 Wilcox si era presentato da lui chiedendo all’esperto di decifrare i geroglifici del bassorilievo. Angell si era naturalmente accorto subito che si trattava di un’opera appena realizzata e non certo antica, ma Wilcox aveva ribattuto raccontandogli di aver scolpito il bassorilievo appena destatosi da un orribile incubo in cui aveva sognato una città ciclopica, composta “da blocchi titanici e da monoliti che si ergevano sino al cielo, tutto che grondava un muco verdastro e un sinistro orrore latente” e sulle cui mura aveva letto proprio quei geroglifici, mentre nell’aria aleggiavano parole arcane che suonavano più o meno “Cthulhu” e “R’lyeh”. Invece di cacciarlo via a calci, il professore aveva iniziato ad interrogare lo scultore, prendendo appunti “al tempo stesso eccitato e turbato”, e lo aveva invitato ad andarlo a trovare dopo ogni suo eventuale incubo simile. Finché un giorno Wilcox non era caduto vittima di una misteriosa, violenta febbre…

Scritto nell’estate 1926 ma pubblicato sulla rivista “Weird Tales” solo nel febbraio 1928 e solo dopo che Donald Wandrei – scrittore amico di Howard P. Lovecraft – fece credere al direttore Fansworth Wright che il racconto stava per essere venduto ad una rivista concorrente, Il richiamo di Chtulhu ha un’importanza capitale nell’opera dello scrittore di Providence, a prescindere dalla sua qualità letteraria. È infatti il racconto in cui appare per la prima volta il Grande Antico più celebre, quello che ha dato il nome alla empia “mitologia” creata da Lovecraft: un titano alieno che giace in animazione sospesa all’interno delle rovine di una città sommersa in attesa che le stelle si allineino in un certo modo, consentendogli di camminare ancora una volta sulla Terra, dominandola o devastandola a seconda del suo capriccio. In modo piuttosto incongruente, nella terza parte de Il richiamo di Chtulhu in realtà il mostro risorge, ma viene ricacciato nella sua tomba marina non si sa bene come, rivelandosi meno potente e spaventoso del previsto. Leggere però questo lungo racconto come una mera avventura fantastica è fargli un torto, perché la sua importanza storica ne trascende le incongruenze, la struttura abbastanza canonica e le allusioni razziste disseminate qua e là. Qui infatti si definiscono – seppur rozzamente – i confini di un affresco grandioso, si allude per la prima volta a “un ciclo cosmico nel quale sia il nostro mondo che la razza umana sono solo incidenti transitori”, si gettano le basi di successivi capolavori. Echi di Tennyson, Dunsany e Merritt sono facilmente rintracciabili nella narrazione, che però ha un fascino malsano assolutamente originale.



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