Il ricordo di Daniel

Il ricordo di Daniel
Daniel ama la letteratura e la cinematografia impegnata, non i classici libri da leggere sotto l’ombrellone o i film di cassetta. È un giovane avvocato ma la sua laurea è finta, comprata dai suoi genitori come qualsiasi altro oggetto d’arredamento delle loro residenze a Genova, Tortona e Nizza. Daniel non ha più voglia di lavorare, di vivere in questa maniera, fino a entrare in quella zona d’ombra chiamata apatia, fino a entrare in conflitto fisico con la madre. Per questo prende la sua lussuosa automobile, per questo accelera senza fare attenzione, per questo esce di strada. Il risveglio da un coma lungo ventisei giorni è tragico. La sua memoria si è azzerata, i suoi ricordi sono stati completamente cancellati dal trauma cranico. Con lui ci sono alcune persone (una donna che sostiene di essere sua madre, un uomo che sostiene di essere suo padre, un altro che sostiene di essere suo fratello insieme ad altri che sostengono di essere la sua ex ragazza e i suoi ex compagni di scuola) che cercano in tutti i modi di aiutarlo a ricostruire il passato, mostrandogli un dvd appositamente creato, una serie di fotografie, spingendolo a tornare al lavoro. Perché la vita di Daniel, così come tutte queste persone sostengono fosse, prima dell’incidente era perfetta. Un lavoro ben avviato nell’ufficio legale dell’azienda di famiglia, una bellissima fidanzata pronta per il matrimonio, ottimi amici, gusti ben definiti relativamente a vestiti, libri, film. Ma, che strano, una specie di sesto senso suggerisce a Daniel che le vecchie abitudini, che gli altri in ogni modo tentano di fargli ricordare e soprattutto riprendere, in lui non calzano come un guanto. C’è qualche cosa che stride nei metodi e nelle sensazioni. Daniel diffida, si sente controllato e spiato, allontanato da qualsiasi possibilità di verificare quale fosse la sua vita prima dell’incidente. Eppure, niente di quanto riesce a scoprire può convincerlo che ciò che gli altri sostengono sia falso. Allora, qual è la verità? Le sue sono solo proiezioni di paure inconsce, di incubi e di allucinazioni che lo perseguitano? Daniel era veramente un ricco avvocato amante dei vestiti alla moda, oppure davvero esiste un complotto nei suoi confronti per indurlo a prendersi le proprie responsabilità cancellando una vita senza senso, convicendolo a sobbarcarsi anche i rischi di una delicata operazione legale che, a quanto pare, a lui era stata affidata? 
Un profilo delicato, una situazione in bilico. Marco Candida sceglie di partire da un reset mentale forzato, basando il suo romanzo su una domanda complicata: è meglio conoscere il proprio passato pur sapendo che il futuro è incerto, oppure è più importante e più utile possedere un futuro luminoso, sicuro, senza però avere la percezione di una chiara origine e una precisa identità? Può esserci un futuro senza un passato che dia continuità a dei ricordi e a un presente che deve ancora accadere? Candida, con minuziose e dettagliate descrizioni di ambienti, vestiti e fisionomie, induce il protagonista a prendere una posizione, che solo alla fine sarà definitiva e che naturalmente non vi sveleremo. Costruito come una specie di sceneggiatura o di storyboard cinematografico, il romanzo si diluisce in lunghi ragionamenti e riflessioni sulla crisi di identità, sull’essere e sull’apparire, sul significato intrinseco e sulla valenza personale che anche un oggetto inanimato può possedere, se interpretato alla luce di una storia intima. Alcuni refusi fanno inciampare la lettura, che però tutto sommato resta sempre fluente. Se avessimo scelto di interpretarlo attraverso una lente americana, forse ci saremmo aspettati più azione e movimento, mentre l’autore sceglie piuttosto la strada dei ragionamenti e delle riflessioni più profonde, bypassando ogni tentazione di trasformare il racconto in una spy-story.

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