Il rischio di educare

Strutture di accoglienza, appartamenti in prova, progetti educativi. Lavori tentati, tentativi di ritorno in società. Normalizzazione richiesta per adolescenti deragliati. Ci sono educatori che si assumono la responsabilità di accompagnare questi ragazzi, di conoscerli nei giorni belli e in quelli brutti, quelli delle parole feroci, dei rifiuti, delle scene mute negli uffici. I giorni dell’incontro, e quelli dell’abbandono, del trascurarsi, dei lavori avviati e abbandonati. Giovani che hanno rubato, che continuano a rubare, a drogarsi, a urlare in silenzio la propria sfiducia negli altri, in sé, che si rifugiano sotto ampi cappucci, sguardo basso, che fuggono: cercando ascolto. Lungo rotaie, luoghi dismessi, abiti consunti. Vivono in tanti luoghi e nessuno, vivono in prova, provano comunità perché la famiglia non c’è più. Padri assenti, padri opprimenti nella loro assenza, padri che hanno picchiato e poi hanno preteso fedeltà, ricatto di regali sontuosi e promesse di lavoro. Corpi di giovani, smagriti, ferite autoinferte. Margini in cui gli educatori vogliono rischiare di vedere e inseguire potenziali inespressi. Un lavoro che ogni giorno sale e scende, è lucido e opaco perché può riuscire e fallire, s’accompagna al movimento vitale di un essere vivente che soffre, mentre tutt’intorno si chiudono porte di strutture tirate su a forza di omologazione e risultati, che non contemplano fallimenti, diversità, ma specificano fin dalla tenera età una funzione da svolgere, pena l’esclusione, o il naufragare in derive invisibili, e lì scivolare…

Il rischio di educare è vivere la relazione con il giovane, da parte dell’educatore. E questa relazione non è un rapporto professionista/paziente, ma uno scambio di emozioni, di quei giorni belli e brutti, è “caduta e riscatto” e può essere fallimento. Da parte dell’educatore è andare oltre teorie e nozioni imparate sui libri. È inseguire porte sbattute, guardare in faccia il dolore e la sofferenza e relazionarsi a esse. Lamberto Bertolé raccoglie in questo libro i racconti di educatrici ed educatori della cooperativa Arimo, pagine in cui il racconto si fa strumento di riflessione per mettere a fuoco i passaggi delle diverse storie. Ruolo precario dal rilievo misconosciuto, ogni giorno in campo tra insidie e scelte e responsabilità da assumersi. “Destini non scritti”, minori soli, un trauma per ognuno di loro. Là dove i reati sono in realtà richieste di aiuto: richiesta della presenza di un adulto, di quell’adulto mancato, genitore in primis. L’educatore rischia, allora, vedendo potenzialità e coltivandole, senza alzare troppo l’asticella o al contrario andando a sminuire, accompagnando e non sostituendosi al ragazzo. Fiducia attraverso autonomia e crescita, lavorando a tirar fuori dalla deresponsabilizzazione, sfuggendo alla messa in pratica del dispositivo di minorità. Compito e rischio, ancora, è per gli educatori contrastare la povertà educativa costruendo e muovendo opportunità sincere e possibili.



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