Il risolutore

Il risolutore

Belgrado, gennaio 2000. L’automobile, dentro la quale l’uomo è rimasto a fare da palo, è parcheggiata vicino all’hotel. Fuori dall’abitacolo il paesaggio è artico e spettrale, sferzato da un vento gelido che soffia a 130 chilometri orari. Mentre attende che accada qualcosa, prega. “Fammi restare vivo, Signore. Cancella le mie colpe, mia difesa e mio scampo. Fa’ che riesca a tornare a casa dalla mia bambina”. All’improvviso, le porte dell’automobile si spalancano e i compagni di missione vi si gettano all’interno. L’uomo riparte, spinge al massimo sull’acceleratore facendo stridere le gomme. Lui è Gian Ruggero Manzoni, pronipote di quell’Alessandro che tutti gli italiani, prima o poi, hanno incontrato sui banchi di scuola, e cugino di Piero Manzoni, artista di fama internazionale che alla fine degli anni Cinquanta fece molto scalpore per le sue opere provocatorie. Nato nel 1957, oggi Gian Ruggero è un artista eclettico, ma la sua vita è piena di luci e ombre che lo hanno trasformato in un personaggio di difficile collocazione e la sua storia sembra scivolare sui binari delle montagne russe. Fanciullo bullizzato per la sua stazza, una volta diciottenne si iscrive al DAMS di Bologna. Amico di Pier Vittorio Tondelli e Andrea Pazienza, a seguito di un avvenimento accaduto durante gli scontri di piazza tra studenti di sinistra e forze dell’ordine, nella primavera del 1977 si arruola nelle Forze Armate, che servirà in una sorta di vita parallela e secretata. Il suo percorso artistico, che abbraccia la pittura, la narrativa e la poesia, negli anni Ottanta evolve intrecciandosi a quello personale, affettivo e famigliare. Il rapporto con i genitori, il peso di un cognome così importante, le relazioni amorose e la malattia sono tappe di un cammino estremo che sembra la trama di un romanzo…

Nell’arco di un paio di giorni e di notti, Gian Ruggero Manzoni si confessa a Pier Paolo Giannubilo, scrittore e insegnante marchigiano, durante una visita nella casa di famiglia di Lugo di Romagna. Il racconto, tra le mani di Giannubilo, si trasforma in una “favola nera”, un ginepraio di storie vere, fatti di cronaca, politica italiana e ricostruzioni di fantasia che, capitolo dopo capitolo, tappa dopo tappa, prende la forma dell’uomo che oggi è Gian Ruggero Manzoni, cucendogli addosso un passato denso e dai molti eccessi. Il risolutore è uno che aggiusta le situazioni ingarbugliate, con metodi che vi lasciamo immaginare e che scoprirete durante la lettura. Ogni tatuaggio sul corpo di Ruggero è un memento, ogni situazione “aggiustata” è un gradino verso l’inferno dal quale bisogna uscire di nuovo, grazie anche a un padre confessore e a una figlia da accudire. Pier Paolo Giannubilo scrive una sorta di romanzo sperimentale, corposo ma talmente fluido e magnetico da scivolare via nello spazio e nel tempo, merito che gli vale la candidatura al Premio Strega 2019. Si entra e si esce dalla storia di famiglia di Gian Ruggero Manzoni, che incrocia la storia della società e della letteratura italiana. Attraverso gli occhi di Ruggero vediamo da vicino Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, incrociamo la triste sorte di Pippa Bacca, cugina milanese di Manzoni, artista brutalmente assassinata undici anni fa durante un viaggio-performance in Turchia. Affascinato dal personaggio, l’autore si rende conto di aver sviluppato per Ruggero un “contorto sentimento di empatia”, si aggancia alla sua vita, trasformandogliela così come accade a tutti i veri scrittori che si imbattono in un personaggio profondo. A corroborare il senso quasi straniante del racconto-confessione, le citazioni da I promessi sposi, che sembrano cucirsi addosso alla storia del pronipote e dei suoi mostri sotto al letto.



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