Il ritratto del morto

Il ritratto del morto
Ci sono certi discorsi tra amici che suscitano ilarità o scetticismo, spesso per imbarazzo o per malcelata impotenza a venirne a capo. Uno di questi è il sovrannaturale: chi può affermare di poter parlarne con cognizione di causa? Eppure, cosa succederebbe se uno degli amici, d’improvviso, sostenesse di conoscere l’argomento… per esperienza personale?... Il “pazzo” è stato rinchiuso nella sua cella e messo in condizioni di non nuocere, né a sé né ad altri. Dà di matto se si spegne la luce ed è restio a lasciarsi avvicinare dai medici: è convinto che siano buoni soltanto a “segare ossa”. Lui però forse potrà capirlo: è uno scrittore, e gli scrittori sono disposti a credere a quello che - agli occhi della ragione - può sembrare incredibile… Il dottor Arsenius è un misantropo, si sa: detesta gli uomini - che in nessun caso si sognerebbe di definire “suoi simili” - quanto ama la scienza. Non è la presunzione delle sue qualità a rafforzarlo in ciò, quanto la reiterata constatazione dell’altrui meschinità. Eppure: chi può veramente ritenersi immune dalla bestialità umana?
Daniele Oberto Marrama (Napoli, 1874-1912) fu avvocato e giornalista (collaborò tra l’altro con “Il Mattino” e “Il Giorno”), autore di scritti anarchici contro la monarchia e di una raccolta di versi in dialetto. Nonostante siano chiaramente datati (e dotati della suspense tipica di un secolo fa) questi racconti “fantastici” o di “protofantascienza” tengono incollati alla pagina, anche quando il lettore smaliziato è in grado di capire che lo attende un finale annunciato. Un autore e un’opera che meritano certamente una riscoperta. Con una bella prefazione di Gianfranco De Turris e la chicca della prefazione di Matilde Serao alla prima edizione (1907).

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