Il romanzo italiano contemporaneo

Il romanzo italiano contemporaneo

I contemporanei non possono essere buoni giudici, diceva più o meno così Italo Calvino ne Il sentiero dei nidi di ragno; Fredric Jameson in Inconscio politico invitava invece a storicizzare sempre gli eventi, dando una giusta prospettiva che ci consenta di comprendere ieri e oggi. Sempre Calvino quantificava addirittura in cento/centocinquanta anni il limite necessario per parlare del passato con la dovuta dose di distacco storico. È certamente un rischio da considerare, prendendo con beneficio di inventario ogni tipo di indagine che abbia come oggetto di analisi un lasso di tempo molto vicino a noi, con l’incombente possibilità che si finisca per fare cronaca anziché storia. Parlando, poi, di letteratura, il rischio è addirittura maggiore se si pensa alle innovazioni recenti (ebook, web, editoria on demand) che hanno portato a una rivoluzione copernicana per il mercato e la fruizione stessa dell’oggetto libro. Nell’ambito della critica letteraria, provando a giudicare e a guardare a ritroso il passato recentissimo, si è spesso cercato di dare una sistemazione alle linee di tendenza, ma quasi sempre su base decennale e quindi senza quell’ampio respiro che sarebbe auspicabile. Più di recente vari tentativi sono risultati più fruttuosi (per esempio quelli dei critici Filippo La Porta, Gianluigi Simonetti e Raffaele Donnarumma). L’ipotesi che va affermandosi è che negli ultimi anni stiano avendo sempre maggiore concretezza fenomeni che affondano le loro radici negli anni Settanta, con la creazione di una nuova koinè, una lingua comune “fatta di tecniche, stilemi, motivi, topoi spirituali”…

Carlo Tirinanzi De Medici, malgrado l’età ancora giovane, è uno degli studiosi più brillanti e apprezzati nel suo campo – la letteratura italiana contemporanea – e gode di stima non solo nel nostro Paese: si è formato fra Siena, Montpellier, Trento e la Brown University di Providence. Occupandosi soprattutto di storia del romanzo e teoria della letteratura, ha pubblicato per UTET Il vero e il convenzionale (2012), oltre ad aver curato il volume Antonio Prete, scrittura delle passioni, contenente due saggi inediti del famoso comparatista di origini salentine. Il romanzo italiano contemporaneo, uscito nel 2018 per Carocci, è un saggio necessario per la luce che getta su una porzione importante e bistrattata della letteratura nostrana, ovvero quella che va (come recita il sottotitolo) dalla fine degli anni Settanta a oggi. Se già nei licei i programmi scolastici si arrestano sul limitare di quella che è la letteratura contemporanea, avendo solitamente come ultimi autori affrontati Svevo e Pirandello, le cose non migliorano nei corsi universitari, e anche nei piani di studio della letteratura contemporanea difficilmente ci si spinge oltre Gadda, Calvino e Pavese, trovando una convenzionale cesura con la morte di Pier Paolo Pasolini nel 1975. Tirinanzi De Medici si prende il rischio di parlare di tutto quello che è stato prodotto nell’Italia successiva, e l’ampia premessa di carattere metodologico, di cui abbiamo tratteggiato le linee generali, suona come un’avvertenza per il lettore: ciò che si sta analizzando è una materia viscosa, un magma ancora fluido e incandescente difficile da incanalare, e se possibile la sfida è per questa ragione ancora più affascinante. I capitoli di cui quest’opera si compone riguardano in primis “il romanzo nello spazio letterario” e poi i vari periodi così scanditi: 1979-1990, 1992-2000 (una menzione speciale la meritano i sottocapitoli sui Cannibali e sul postmoderno letterario italiano) e infine 2001-2012, con le innovazioni recenti dell’editoria, dell’internet culturale e della cosiddetta bibliodiversità. Altra caratteristica da apprezzare di questo volume è che non si chiude nel suo microcosmo letterario e non rinuncia a una prospettiva storica più ampia (Non si esce vivi dagli anni Ottanta? ripercorre le mutazioni epocali di quegli anni, dall’ascesa del Pentapartito a guida Craxi al pontificato di Wojtyla, fino all’affermazione di personaggi forti come Thatcher, Saddam e Pinochet) per aprirsi anche a contaminazioni sociologiche. Nei capitoli finali si esaminano anche le nuove forme della narrativa popolare nell’ottica dell’intermedialità che avanza: ecco dunque le serie tv (Breaking Bad, Mad Men e The Wire fra i cult anglofoni, Boris, Gomorra e L’ispettore Coliandro per quel che riguarda i prodotti nostrani di qualità maggiore) e fumetti “non più relegabili ad arte secondaria” (Zerocalcare e Gipi hanno riportato in auge coi loro graphic novel una forma di letteratura che aveva avuto in Andrea Pazienza il suo massimo esponente). L’opera risulta dunque completa, approfondita, squisitamente colta e priva di snobismi che in ambito accademico sono quasi la norma. A testimonianza della validità del lavoro di Tirinanzi, che comunque ci pare destinato a una platea di specialisti (pur elevando, con la sua costruzione piacevole e incalzante, la critica letteraria a vero e proprio sottogenere della letteratura), segnaliamo che di recente è arrivato terzo nel prestigioso Edinburgh Gadda Prize, altissimo riconoscimento nell’ambito dell’italianistica.



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