Il ronzio

Il ronzio
Quando Keber viene trasferito nell'antica prigione della città di M., lo precede l'eco delle gesta epiche compiute nella famigerata rivolta della Livada, da lui iniziata e portata fino alle sue più estreme conseguenze. Kerber è rispettato da tutti in prigione, anche nei suoi due punti deboli: lo stridere delle posate sui piatti - che gli provoca un ronzio in testa, un suono acuto, metallico - e l'odio per i gesti osceni. È stato proprio un gesto volgare del secondino Albert a provocare la reazione di Kerber che ha dato inizio alla rivolta della Livada. Quel giorno il ronzio era cominciato dalla mattina e Kerber è riuscito a farlo smettere solo dopo aver scagliato il televisore contro la finestra: ai detenuti era stato concesso di vedere in diretta la finale dei campionati di basket e Kerber aveva assicurato che, finita la partita, tutti sarebbero andati tranquillamente a dormire. E così sarebbe andata se il secondino accanto al televisore non avesse continuato a sfregarsi in modo arrogante ed osceno il manganello sui pantaloni. E se, al culmine della provocazione, non avesse spento il televisore. La reazione dei detenuti ha provocato il pandemonio: dalla demolizione della sala fino al rogo che ha avvolto la Livada, i prigionieri hanno conquistato la fortezza, assediati dalla polizia e dagli elicotteri dell'esercito. L'incarico di formulare le richieste l'hanno affidato ad Aloiz Mrak, il più adatto ad avviare le trattative perché fuori era stato un finanziere. Ma la follia del potere ha la meglio su ogni tentativo di gestire la rivolta...
Nella bella edizione impreziosita dalle fotografie di Klavdij Sluban, il romanzo di Drago Jančar arriva anche in Italia. Lo scrittore e saggista sloveno, insignito di numerosi riconoscimenti internazionali, racconta in un'intervista al “Secolo d'Italia” il fondo reale del suo romanzo: “si basa su alcuni appunti raccolti durante un'esperienza vissuta in prigione nel 1975, che riguardano la storia di una rivolta carceraria narratami da uno dei suoi partecipanti”. La Livada è una prigione immaginaria della ex Jugoslavia, ma l'autore sa rendere attraverso la scrittura la quotidianità di un carcere, in cui ha vissuto per tre mesi perché accusato dal regime di Tito di “diffusione di propaganda ostile”: “durante il periodo trascorso in carcere ho capito meglio la dinamica della violenza: quella fisica e quella sociale”, dice in un'intervista a “L'Unita” dello stesso periodo. La sua capacità di rappresentare la realtà è spietata, la scrittura essenziale e laconica. Il suo stile è stato da molti definito anche ironico e beffardo: se di  humour si può parlare, però, questo è nero, nerissimo in verità, lo spiega Jančar nella stessa intervista: “la malinconia è un po' il genius loci della Slovenia, in una sua declinazione particolare, che è espressa dalla intraducibile parola hrepeneje, qualcosa a metà tra lo struggimento nostalgico e appunto la tristezza per la sua mancanza”. Ne Il ronzio si viene avvolti dalla cruda realtà e l'analisi psicologica dei personaggi, il loro carattere, emerge permettendo al lettore di comprenderne i cambiamenti e le scelte. I ricordi del protagonista, i suoi sogni, uniti ai racconti paralleli delle vicende legate alla guerra giudaica contro i romani, danno alla storia una dimensione epica e universale, come i sentimenti umani dai quali prende le mosse.

 

 

 

 
 
 
 
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