Il Rosso di Marte

Il Rosso di Marte

2026. John Boone – il Primo Uomo su Marte – sta tenendo un discorso in occasione dell’inaugurazione di Nicosia, città all’avanguardia appena finita di costruire sul Pianeta Rosso. Come al solito ripercorre i momenti salienti sulla navicella Ares – quella che ha portato i primi cento esseri umani sul suolo marziano – e per concludere auspica la costituzione di una società unità, che segua un unico modello non specificato, ma comunque pacifico. Tutti sono entusiasti. Tutti tranne Frank Chalmers, che tuttavia prende la parola e ripete a grandi linee quanto predicato dal suo “amico” John. Finito il discorso Frank si reca dalla comunità araba. Questa è in forte disaccordo con Boone, ritenendo che il modello di convivenza da lui proposto sia spiccatamente americano e volto ad escludere ogni tipo di confronto con qualsiasi altro modello culturale. Inoltre Frank vede John come un ostacolo per realizzare il suo modello di società. Cerca dunque, durante i festeggiamenti, di convincere John a ritrattare i suoi propositi, ma invano. Visibilmente contrariato si allontana da Nicosia e raggiunge la fattoria biologica. Alle 23 di sera incontra di nuovo il capo della comunità araba, Selim, e gli spiega quanto è successo con John. Poi gli rivela di essere stato nella fattoria biologica fuori città...

Il Rosso di Marte è il primo volume della Trilogia di Marte, scritta da Kim Stanley Robinson negli anni Novanta e con cui ha vinto, tra gli altri, il premio Hugo ed il premio Nebula. Un primo capitolo che offre numerosi spunti di riflessione, spunti che l’autore, si percepisce con nettezza, ha particolarmente a cuore. Numero uno: società ed economia. Quale sono le forme più giuste? Un dibattito infinito, che ovviamente non trova risposta nel libro e che una risposta non ce l’ha. Questo tema complesso è insieme croce e delizia del testo. Da un lato è lo spunto per offrire al lettore visioni differenti, riallacciandosi a diversi modelli di società, cultura ed economia presenti sul pianeta rosso, confutandoli quasi tutti in modo decisamente pessimista ed apocalittico. Dall’altro però rende il libro oltremodo statico e ne rallenta la narrazione, dando sinceramente troppa importanza alla politica, alle “scartoffie”. Magari bilanciare meglio riflessione e azione avrebbe conferito al libro un tono meno solenne e avrebbe scongiurato la noia che ogni tanto fa capolino dalle pagine. Numero due: sostenibilità ecologica. Nel romanzo Robinson s’immerge nei punti di vista di diversi scienziati che vogliono o meno “terraformare” il pianeta su cui sono atterrati. Argomento su cui si può – deve – riflettere pensando alla nostra cara Terra, chiedendosi se è stato giusto o meno modificarla per tutto il corso della storia. Numero tre: gli scienziati come colonizzatori e primi cittadini del mondo. Robinson è estremamente positivo al riguardo. Ann, Nadia, Arkady, poi Simon, Hiroko e via dicendo. Tutti sono inquadrati positivamente perché apportano miglioramenti cruciali per la vita di ciascuno. Frank Chalmers è più un politico e guarda caso è l’unico tratteggiato negativamente. Tecnocrazia portami via. Non è necessario aggiungere altro. Scontato ma doveroso è ricordare quanto Marte abbia nel corso della storia affascinato l’uomo, sia in ambito culturale – mi viene in mente un must-read come La guerra dei mondi di Wells da cui è tratto l’omonimo capolavoro di Spielberg – sia per quanto riguarda le esplorazioni interplanetarie – è del 16 ottobre la missione italiana Schiaparelli, purtroppo fallita. Insomma il Pianeta Rosso nel nostro immaginario collettivo è un misto di scienza, mistero e speranze.



 

 

 

 
 
 
 

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