Il saltozoppo

Il saltazoppo

Julien si trova all’interno di una chiesa di campagna, avverte l’odore di cera e la cantilena interminabile delle donne che pregano inginocchiate, si sente soffocare, sente un ronzio nelle orecchie e decide di scappare all’esterno sfuggendo al controllo della madre. Quell’ improvviso bisogno di luce e di giochi lo conduce nel piazzale davanti alla chiesa, dove trova due bambini pronti ad iniziare una gara di saltozoppo. Sono vestiti allo stesso modo, con magliette bianche e pantaloncini blu. Forse sono forestieri o figli di emigrati, pensa il piccolo mentre si lascia guardare dai due con aria di sfida. “Ora vi faccio vedere io” ‒ pensa, e così piega subito la gamba per iniziare il gioco e correre, correre a perdifiato sino a raggiungerli e sorpassarli. Quando si lascia cadere in mezzo alle felci Julien è spossato, sfinito, ma vincente. Julien ride di gusto, si abbassa le mutande e tirando fuori il pisello fa pipì davanti agli altri che arrossiscono di vergogna sentendosi ingiuriati. Arriva la madre trafelata, esige dal figlio una spiegazione per l’improvvisa sparizione, Julien descrive i nuovi arrivati ed entusiasticamente narra della vittoria a saltozoppo. Intanto fuori dalla chiesa si forma un piccolo corteo di persone che attraversano un ponte di legno sul fiume per arrivare ad una radura al termine di un tortuoso sterrato. È una scampagnata allegra e festosa che tutti gli abitanti del paese effettuano una volta l’anno per onorare il patrono e per visitare due villaggi abbandonati da tempo: Scruti e Coraci. Anche i bambini stranieri e Julien con i genitori si ritrovano nel gruppo. Dopo la visita ai borghi e la messa tutti si fermano in una pineta a mangiare e bere al suono della musica tradizionale. In questa occasione si vedono assieme persone che in paese non si siedono mai sulla stessa panchina della piazza o allo stesso tavolino del bar. Dopo il pranzo e le straordinarie portate di capocolli, pancette, soppressate e formaggi arriva un momento molto atteso: Julien vede arrivare una vecchia misteriosa che viene sollevata su una sedia e posta al centro di uno spiazzo: è la zia Tuta, assente per il resto dell’anno tra le vie del paese e sconosciuta ai giovani. È lei che dirige il ballo tradizionale e sceglie di volta in volta chi, nel gruppo, dovrà esibirsi nella martellante tarantella sino a far ballare tutti, grandi e piccoli, a un ritmo febbrile e poi cheto conducendo le danze con autorevolezza e dolcezza...

La struttura della favola nera elaborata da Gioacchino Criaco è quella del romanzo a più voci, tante quanti i personaggi che popolano la storia. Ciascuno è espresso da un eteronimo iconico: ninfa, cucciolo, geco, serpente; sarà il lettore che attribuirà a ciascuna voce narrante l’identità che gli è propria immergendosi totalmente nella storia e cogliendo le suggestioni che ne derivano. In ogni caso, l’intera narrazione s’impernia su due spirali forti: il sentimento d’amore e quello della vendetta. L’uno è il sentimento maturo e costruttivo che lega i due esseri umani desiderosi, in piena libertà, di autodeterminarsi senza condizionamenti esterni, l’altro è frutto di retaggi atavici, che determina abiezione e crimini violenti. A manifestare la via di fuga dal groviglio che avvolge i protagonisti, sono due anziane madri, capostipiti delle famiglie in conflitto, che, rapportandosi lucidamente alla realtà, mostrano, nell’incontro e nel dialogo, una possibile via per risolvere le iniziali fratture familiari, che nei luoghi di ambientazione del romanzo, si tramutano ben presto in incrinature sociali, impermeabili all’intervento dello Stato, e dall’esterno apparentemente insanabili. Talune voci, in altri termini, più che appartenere alla realtà romanzata, appartengono direttamente all’autore che dopo aver indagato le trame complesse dei fenomeni criminali esistenti in Calabria e fornito al lettore delle minute descrizioni di eventi violenti, non si sottrae all’impegno militante di evidenziare delle concrete vie di scampo. Peraltro, tale intento viene coraggiosamente compiuto mediante il capovolgimento degli stereotipi tipici che accompagnano, nell’immaginario collettivo, il temperamento delle donne del Sud. In altri termini, in questo romanzo, come in altre trame dell’autore, più che individuarsi personalità femminili remissive, o peggio, isteriche fomentatrici di odio, si ritrovano audaci e fertili costruttrici di eventi pacificatori tra i clan rivali, donne evolute e consapevoli che determinano il risanamento di antiche ferite ed il superamento dell’odio sociale.



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