Il sangue di Manitou

Il sangue di Manitou
È una mattina d’estate e New York è calda come un forno. Attraversando Herald Square il dottor Frank Winter vede una piccola folla ferma davanti a un mimo. Si tratta di una ragazza esile, con un costumino aderente e il volto e i capelli completamente ricoperti di vernice argentata. A parte i chiarissimi occhi azzurri non ha un centimetro del corpo scoperto. Ha appena finito la sua esibizione quando crolla in ginocchio e comincia a vomitare sangue. A litri. In ospedale, dove la ricoverano d’urgenza, i medici sono sconcertati: le analisi dicono chiaramente che quel sangue è umano, ma non è suo. Deve averlo bevuto. E la ragazza racconta a Frank come e perché lo abbia fatto. Intanto l’orrore prende a dilagare a velocità impressionante, come un treno in corsa sui binari della follia. Gli ospedali si ritrovano stipati di persone che manifestano gli stessi sintomi: rigettano sangue, non tollerano la luce, sono in preda a un incubo ricorrente. Per placare la propria insaziabile sete hanno sgozzato amici, conoscenti, parenti, persino i propri figli. Tutti muoiono dopo alcune ore. Come Frank sperimenta presto sulla propria pelle, la scienza può fare ben poco per arrestare il presunto virus, che non è di quelli che si isolano in laboratorio. Anche Harry Erskine, di professione Veggente Erborista, un po’ cialtrone ma con autentiche doti medianiche, viene coinvolto suo malgrado in quella che ormai i notiziari chiamano “epidemia vampirica”. Per guarire un giovane da un sogno che lo atterrisce il sensitivo evoca il suo spirito guida, lo sciamano indiano Roccia che Canta. Quanto viene a sapere non è consolante. La causa dell’ossessione del suo paziente è la stessa che ha ridotto Manhattan a un campo di battaglia dove i cadaveri dissanguati imputridiscono per le strade, e ha un nome che molti non osano neppure pronunciare ad alta voce: strigoi. Ma c’è qualcun altro dietro le quinte del massacro. Qualcosa ha fatto tornare dal mondo delle tenebre la sua essenza malvagia, qualcosa che è successo l’11 settembre del 2001...
Si può ancora dire alcunché di nuovo sui vampiri? Evidentemente sì, e Graham Masterton vince la sfida mescolando due miti fra i quali si frappone, geograficamente e culturalmente, un intero Oceano: gli stregoni dei Nativi americani e i vampiri rumeni, di cui scopriamo caratteristiche inedite. Tagliano la gola alle prede invece che addentarle con i canini, si nascondono negli specchi dai quali entrano ed escono come fossero porte. Sottoposti a un restyling peggiorativo che li priva della loro sinistra eleganza, hanno un aspetto lercio e sconquassato, sul tipo degli zombie di Romero. Altra trasgressione della tradizione: non è il loro morso a incrementare le schiere dei non-morti. Il morbo vampirico si trasmette sessualmente attraverso i fluidi umani, come l’AIDS. Muovendosi nella scia di Richard Matheson e del suo Io sono leggenda, Masterton descrive uno scenario da apocalisse metropolitana in cui orde di infettati urlanti e incoscienti uccidono, distruggono e spargono ai quattro venti un’insensata devastazione. La stessa devastazione che ha lasciato New York attonita e ferita dopo la caduta delle Torri Gemelle. In un certo senso, è proprio in conseguenza di quel crollo che adesso la Grande Mela rischia di essere annientata dagli strogoi. Con un colpo di genio Il sangue di Manitou (quarto volume del ciclo che ha per protagonista Harry Erskine) va ad intrecciare l’antica credenza dei succhiasangue immortali con uno degli eventi che più hanno segnato l’immaginario moderno, l’attacco dell’11 settembre. All’interno del plot l’attentato di Al Qaeda svolge una funzione chiave, suggerendo che una simile barbarie non poteva che innescare un susseguirsi di barbarie, dirette e indirette. Legati a filo doppio a questo spartiacque della storia di oggi, i vampiri acquistano spessore realistico. L’aggancio alla contemporaneità li svincola dalla dimensione fantastica rendendoli sorprendentemente plausibili. E più spaventosi che mai. Le pagine in cui la ragazza mimo, ormai diventata una dei “pallidi”, seduce e contamina il dottor Winter con un macabro amplesso sovrappongono al sinistro erotismo una suspense da panico. Per oltre metà romanzo Masterton gioca la narrazione su due registri paralleli, quello drammatico di Frank e quello ironico di Erskine. Poi tutto si fonde in un crescendo di terrore e il punto di vista di Harry resta l’unico a farci assistere allo scontro finale con le forze del male, dominando in solitaria l’ultima scena in questo horror ipnotico e trascinante. Da brivido.

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