Il sapore del sangue

Quarto Oggiaro, Milano. Gennaio 2018. Fa freddo, nevica. Dopo quattro anni di galera Sasà torna nel suo quartiere, ha fretta di cercare l’amico Francesco “Ciccio” Greco, dovrebbe recuperare un bottino nascosto, poi la moglie Anna e la figlia Chiara, infine volatilizzarsi. Salvatore “Sasà” Procopio ha avuto infanzia e adolescenza complicate. Famiglia disagiata, padre alcolizzato e manesco di origini calabresi, madre incompetente e rassegnata, a casa era un po’ sereno solo con la mediocre sorella Nunzia (Annunziata, maggiore) in cerca di una sistemazione. A 15 anni si era già fatto due volte la quinta elementare e due la terza media, di studiare non gli importava, dormiva in classe e tirava su qualche soldo vendendo tocchi di pakistano nero a chiunque chiedesse, per clienti alcuni studenti e bidelli, un professore. La roba gliela procurava il grasso casertano Tonino, che poi iniziò a usarlo anche come corriere per l’eroina; a Napoli conobbe un capo, Gaetano, divenendone il referente principale (in aggiunta verso la Germania) quando Tonino fu arrestato. Nel mondo della droga è cresciuto e pasciuto, disponibile pure a omicidi e ricatti per conto della ‘ndrangheta, con vari vantaggi e qualche inconveniente, fra l’altro i capelli presto in caduta libera e ingrigiti. Ormai ha 46 anni, il volto non è più bello e rassicurante, si presenta con un florilegio di rughe e macchie, l’orecchio sinistro mozzato, le gambe molli, la pancia sgraziata. Sull’autobus incontra una banda di cinque minorenni scalmanati, che bullizzano, terrorizzano e malmenano stranieri e donne. Lui non fa niente per bloccarli, provano lo stesso a provocarlo, cascano male, rimedia una pistola e una vaga segnalazione alla polizia. Il sarcastico disincantato incazzoso ispettore Michele Ferraro, suo malgrado, viene chiamato in causa. Vorrebbe ormai stare alla larga da tutti i guai, ha chiuso ogni account in rete, conta minuti ore giorni prima della pensione, alloggia solitario in un loft di NoLo, frequenta ancora un poco l’ex moglie Francesca e la figlia Giulietta. Continua a risolvere i casi, ora quello della gang di bulli, del criminale uscito e di un grosso colpo in preparazione…

L’architetto scrittore Gianni Biondillo (Milano, 1966) è felicemente giunto all’ottavo romanzo della serie Ferraro (tralasciamo il giro per l’Italia di Francesca con le amiche negli Ottanta, per sempre giovani), iniziata 15 anni fa con un pubblico sempre ampio di affezionati lettori (e il Premio Scerbanenco 2011 assegnato al quarto), in mezzo a tante altre versatili scritture e narrazioni, anche no fiction e per cinema, televisione o teatro. Il testo è in terza varia al passato, soprattutto sui due ambienti, il ricercato più o meno accanto agli affetti e il ricercatore nel contesto dei pubblici ufficiali. Come mai un pluripregiudicato è tornato in libertà? Perigliose avventure sanguinarie e amari sbalzi di scena riguardano soprattutto gli episodi del passato, con frequenti significativi flashback di biografia criminale. Il presente è più misterioso e incerto. In questo modo l’autore riesce ad aggiornarci ancora una volta sull’evoluzione urbana, architettonica e sociale, della familiare Quarto Oggiaro, un mondo di sensi antichi di desolazione e prove recenti di riscatto con invisibili confini, alla periferia nord-ovest della metropoli italiana più europea, fra continui cantieri che scavano e nuovi grattacieli che svettano, con acute riflessioni e amorosa ironia. L’ispettore comincia la sua ricerca da una palestra di boxe di via Padova dove il giovane laureato pugile gli confessa di sentire in bocca il sapore del sangue (citando per la prima volta la costante che dà il titolo al volume) ogni volta che ricorda di essere stato campione nazionale dei superleggeri, per interrompere subito la conversazione e urlare consigli alla talentuosa 13enne bionda Chiara, un pulcino con la coda di cavallo pronto sul ring a pestarsi con chiunque per preparare il primo combattimento ufficiale. Ferraro prosegue misurando i passi. Ecco la cifra del bel solido romanzo è la misura dell’indagine e della narrazione, anche quando ci si deve confrontare con la tristezza e la ferocia dell’umana convivenza.



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