Il secolo moderno

Il secolo moderno
Panni stesi a un sole incerto, passanti che schivano pozzanghere immense, cani che si accoppiano per la strada, biciclette, facce dipinte di prostitute e travestiti, facce quasi teatrali, immagini surrealiste, artefatte, prospettive intricate studiate a tavolino. E poi la realtà, che fa il suo ingresso senza bussare: macerie, dolore, cadaveri, processi sommari, il sollievo di essere vivi dopo la guerra. Viaggi in Cina, in Indonesia, in India, in Inghilterra, Irlanda, Austria, Spagna, Italia, Grecia, Portogallo: la ricostruzione del dopoguerra, le lotte operaie, gli antichi mestieri degli artigiani, i paesaggi, le città - così diversi dal nitore modernista degli Stati Uniti, dai loro immensi spazi, dalla sensazione di ricchezza che si annusa da quelle parti. Ma soprattutto volti, volti ovunque: quelli sconosciuti di una umanità dolente e ilare allo stesso tempo, quelli quasi alieni di paesi remoti, quelli segnati dalla fatica quotidiana o rilassati dall'agiatezza, quelli splendidi nella loro sfrontata gioventù e quelli persi in fondo alle loro rughe e ai loro rimpianti. Quelli infine di poeti, scrittori, intellettuali, artisti…
Di Henri Cartier-Bresson si è già scritto tutto: fotografo e partigiano, fondatore assieme a Robert Capa e David Seymour dell’Agenzia Magnum, padre del reportage fotogiornalistico, instancabile giramondo, primo fotografo occidentale ammesso nell'Unione Sovietica staliniana del dopoguerra, ritrattista di personaggi quali Balthus, Albert Camus, Truman Capote, Coco Chanel, Marcel Duchamp, William Faulkner, Mahatma Gandhi, John Huston, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Richard Nixon, Robert Oppenheimer, Ezra Pound, Jean-Paul Sartre, Igor Stravinsky. Il rapporto di Henri Cartier-Bresson con il Museum of Modern Art di New York è di lunga data: già durante la Seconda Guerra mondiale la curatrice Nancy Newhall aveva iniziato a lavorare a una mostra di sue foto che temeva sarebbe stata postuma: ma Cartier-Bresson sopravvisse alla mattanza e collaborò egli stesso col MoMA, fino all'inaugurazione della prima grande mostra, nel 1947 (ne sarebbero seguite altre due nel 1968 e nel 1987). Altra tappa fondamentale di questo rapporto arriva oggi, con la grande mostra Henri Cartier-Bresson Il Secolo Moderno di cui questo meraviglioso volume è il catalogo, prima grande retrospettiva dopo la morte del fotografo, nel 2004. L'impresa è stata possibile grazie alla Fondazione che porta il nome di Cartier-Bresson, diretta da Martine Franck, sua moglie dal 1970: è stata infatti lei a convincere il marito - allergico alle autocelebrazioni ma per fortuna incline a conservare gelosamente ogni foto scattata, ogni appunto, ogni dipinto, ogni disegno - ad archiviare e catalogare tutto il suo materiale. Una piccola parte del quale trova posto in questo catalogo: 300 magnifiche tavole riproducono con cura grafica micidiale immagini già famose e altre poco conosciute anche dagli esperti. Il volume – assolutamente indispensabile nonostante il prezzo non abbordabilissimo - è introdotto da un lungo saggio biografico a cura di Peter Galassi, Responsabile della Fotografia al Museum of Modern Art.

 

 

 
 
 
 
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