Il segno della morte

Il segno della morte

Brighton, giovedì 11 dicembre. Logan si sta affrettando verso casa, ha avuto una pessima giornata e non vede l’ora che finisca: ha riportato una ferita all’alluce, si è beccata una multa, la sua socia si è licenziata ed inoltre con il suo fidanzato, Jamie, le cose non vanno per niente bene. Ad ogni modo ora è arrivata nel parcheggio sotterraneo del condominio dove abita con Jamie, quando una figura sbuca dall'oscurità. Anche Jamie sta tornando a casa, è al telefono con Logan, che non è per niente tranquilla: un uomo si è appena nascosto nel parcheggio. Ora le sta dicendo di tornare indietro e di aspettarlo, ma non riceve risposta. Ode soltanto un grido, e poi il silenzio. Nel frattempo, ad Hove Lagoon, alcuni operai stanno scavando un vialetto davanti ad un bar: un pezzo di terra viene smosso e si vede una mano scheletrica. La squadra si ferma per fare alcune congetture, ma poi insieme decidono di ripartire. Lo scavo continua per pochi minuti: lì sotto c’è proprio uno scheletro umano...

La serie che ha per protagonista il detective Roy Grace ha spopolato in tutto il mondo: ha raggiunto 18 milioni di copie vendute ed è stata in vetta alle classifiche del “New York Times”. Il segno della morte non fa eccezione, assolutamente. Ma perché? Innanzitutto per la trama che sebbene pecchi di originalità in determinati momenti – ci sono passaggi quanto mai scontati –, si risolve con un colpo di scena, instillando il desiderio di leggere il sequel. Poi i personaggi: non i soliti stereotipi – poliziotto alcolista, criminale isolato socialmente ‒ ma gente normale, comune, non pupazzi senz’anima da fiction. Tuttavia, ciò che rende unico il romanzo, il vero tocco di genio di James, è la presenza del punto di vista dell’assassino, il suo ragionamento, il suo immaginario. Il lettore non può dunque non immedesimarsi con l’assassino né può evitare di immaginare come si comporterebbe al suo posto. Ultimo – ma attenzione: non banale! ‒ punto di forza di questo libro è la lunghezza, o meglio, brevità dei capitoli. In un’epoca in cui si leggono soltanto i titoli ed i trafiletti – e spesso nemmeno quelli – strutturare un libro dividendolo in capitoli brevi può fare la differenza a livello di mercato. Peter James l’ha capito. Non resta che leggere questo thriller che restituisce a Brighton lo status di “capitale britannica del delitto”.



 

 

 

 
 
 
 

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