Il selfie di Dorian Gray

Il selfie di Dorian Gray

Nel passato, l’espressione massima della comunicazione era l’agorà, quindi il forum: entrambi specchio di una società centripeta, che ruotava attorno all’ideologia dominante. Poi sono arrivati i libri, i giornali, il telegrafo, il telefono ed infine la televisione. Nata, anche lei, come specchio della società umana, la televisione non ha impiegato molto tempo a mostrare il suo lato più infido e subdolo, cioè la facilità nel trasformarsi in uno specchio magico, sul genere di quello della regina di Biancaneve. Una pericolosa illusione, che, invece di mostrarci la realtà, ci fa vedere solo quello che, in fondo, ci piace vedere. Con la televisione pensavamo di non poter andare oltre quella che appariva come una vetta insuperabile di progresso tecnologico e velocità di trasmissione. Ma ci sbagliavamo, perché poi è arrivato Internet, il cellulare, il cellulare con Internet, il cellulare con Internet e fotocamera, il cellulare con Internet e doppia fotocamera, ideale per i selfie. Correva l’anno 2002, e Sony e Motorola, che per prime ebbero l’idea di sistemarne una sulla parte anteriore dei telefonini, certo non potevano prevedere che, anche se immersi in uno sterminato oceano digitale e sebbene connessi in qualsiasi momento con qualsiasi angolo del pianeta, saremmo diventati (mai prima così tanto) spettatori di noi stessi, dei Narcisi digitali…

Per la tecnologia cinque anni non equivalgono ad un lustro, ma ad un periodo infinitamente più lungo. Questo il motivo per cui Michele Mirabella, dal 2011, anno della prima edizione del volume, ha avvertito l’impellenza di dotare la sua opera, sulla storia e l’evoluzione dei mass media, di una prefazione (scritta con Giovanni Laccetti) aggiornata alle ultime frontiere e mode della comunicazione. Come la dilagante dipendenza da selfie, molto vicina al ben più preoccupante doriangraysmo cronico.Prima dell’avvento di Internet, era la televisione “la più bella” (invenzione) “del villaggio”. A lei l’autore dedica uno spazio decisamente ampio, e, nei suoi confronti, lascia trapelare una particolare affezione, sempre a patto che non ci si lasci ipnotizzare (come Narciso) dalla propria immagine, ma si resti spettatori critici, vigili e liberi. Alle prime due sezioni del libro ne segue una ad opera di Luca Zanchi, ugualmente densa di contenuti, ma caratterizzata da un linguaggio più semplice, meno infarcito di termini greci e latini. Certo, dato l’argomento (le nuove tecnologie) le parole inglesi non mancano, ma sono ormai così integrate nel nostro lessico che, se non fossero in corsivo, non ci si farebbe nemmeno caso.Numerosi gli spunti di riflessione. Il primo: “la Rete completa la realizzazione degli ideali politici di Platone ed Aristotele già instradata dai massa media: gli oratori pubblici oggi non hanno bisogno della voce di Stentore per farsi ascoltare da tutti gli abitanti della città. E la città si affranca dalle prescrizioni dimensionali per estendersi nel paradosso del villaggio globale”.



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