Il serpente di Dio

Il serpente di Dio
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Montagne del Caucaso. Notte fonda. La natura aspra ma soprattutto l’infinità di mine antiuomo nascoste nel terreno rendono il luogo parecchio inospitale. Due uomini giungono da direzioni opposte per incontrarsi proprio in questa zona altamente pericolosa. La situazione sarebbe già strana di per sé, ma a renderla ancora più incredibile è l’identità delle due persone protagoniste del rendez vous. Due individui che dovrebbero odiarsi a vicenda e dal cui incontro dovrebbe risultare la cattura o peggio la morte dell’uno o dell’altro. Il primo è infatti Konstantin, un agente dei servizi segreti federali russi, mentre il secondo è Hassan, uno dei più pericolosi terroristi islamici attualmente in circolazione. Il motivo dell’incontro è - come è intuibile - molto delicato. L’agente federale, a capo di un ramificato traffico di droga, chiede al terrorista di impadronirsi dell’altura abitata 326, un villaggio di pastori cristiani e musulmani incastonato tra le montagne, perfetto come nuovo centro di smistamento per la sua “merce che scotta”. Il piano è quello di uccidere il mullah locale, incolpare i cristiani dell’assassinio e quindi generare una guerra fra etnie che lasci il campo libero ad Hassan e ai suoi uomini e permetta loro di prendere il controllo dell’avamposto. Il compito non è facile, perché la pace tra le due comunità del villaggio si regge su un solido patto, definito aganash ossia culla, basato sullo scambio di antiche reliquie religiose. Quando i sanguinari terroristi di Hassan eliminano Kaha, il vecchio saggio del villaggio, la speranza di pace è legata solamente all’intervento di due giovani amici, legati tra loro come “due menti e un cuore solo”. Solo Ismail e Andrej infatti, il primo impulsivo e di etnia islamica e il secondo più saggio e cristiano, possono mettere in salvo l’icona sacra e la copia del Corano, emblemi della tregua millenaria tra le due comunità, e impedire così a Konstantin di attuare il suo terribile progetto…

Nicolai Lilin ritorna con il suo quinto romanzo, che porta ancora una volta alla ribalta l’eterno conflitto tra culture e religioni, spesso generato ad hoc per ragioni speculative, che si perpetua nelle regioni più martoriate del nostro pianeta. In questo caso parliamo del Caucaso, e tornano quindi subito alla mente gli scontri degli ultimi mesi in Ucraina. Proprio Lilin, solo per avere mostrato sul proprio profilo di Facebook delle foto di corpi carbonizzati dei manifestanti filorussi a Odessa, è stato minacciato di morte su internet. Questo a riprova che tale fuoco brucia incessantemente sotto le ceneri, anche in situazioni totalmente inaspettate. Lo scrittore ne Il serpente di Dio abbandona le suggestioni autobiografiche e si abbandona invece a una metafora, una favola violenta ispirata a un fatto di cronaca che gli è stato raccontato durante la campagna cecena a cui ha preso parte anni fa. Solo ispirata, attenzione: l’autore ha più volte puntualizzato che si tratta di una storia inventata, anche se utilizza grossi “pezzi di realtà” e comunque li mescola come avviene in un tiro di dadi non truccato. Il romanzo rappresenta un accurato affresco della situazione dell’ex Unione Sovietica di oggi. Come lucidamente spiega Lilin nelle sue pagine infatti, l’Unione Sovietica del dopo-Breznev ha subito un irreversibile processo di balcanizzazione, fino alla caduta del comunismo. La Russia di Putin è al culmine di questa progressiva disgregazione, con la vecchia oligarchia della nomenklatura che pensa solamente a fare profitti, in maniera sempre meno lecita, senza più alcun tipo di freno.



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