Il signor Cardinaud

Il signor Cardinaud
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Come ogni domenica, anche quel giorno il signor Hubert Cardinaud ha assistito alla messa con suo figlio, il piccolo Jean, “un ometto di tre anni, vestito alla marinara” composto come suo padre nelle prime file dei banchi. All’uscita, sul sagrato, tra il carrettino giallo dell’italiano che vende gelati e i crocchi della gente, l’uomo saluta e risponde a sua volta agli omaggi, non soltanto di gente del quartiere che lo ha conosciuto da bambino ma anche di personaggi importanti come il notaio Bodet, il vicesindaco, il proprietario della fabbrica del ghiaccio. Come ogni domenica, a seguire, la passeggiata vicino al mare, poi una sosta al tavolino di un caffè. Non è necessario nemmeno fare l’ordinazione, il cameriere Julien sa già cosa portare, un vermut per Cardinaud e sciroppo di ribes per il bambino. Jean incespica e urta i passanti, la manina salda in quella di suo padre; arrivano al negozio delle signorine Dufour, come ogni domenica, per comprare i dolci “il solito”; per il bambino anche oggi, come ogni settimana, c’è anche una madeleine. Fa caldo, il signor Cardinaud non vede l’ora di togliersi la giacca e appenderla all’attaccapanni nel corridoio di casa. Il percorso è breve, ecco la casa di mattoni rosa la porta di quercia naturale verniciata con il pomo d’ottone e i vetri gialli, come l’ha voluta lui. Come sempre, si china a guardare attraverso la toppa – un’abitudine d’infanzia – e poi infila la chiave. Cardinaud sa già che ad accoglierlo ci sarà il profumo d’arrosto che sua moglie Marthe sta preparando, e lo sfrigolio delle patate fritte. Appena entrato, però, avverte “una nota d’ansia” e non sa perché. Marthe! – chiama, ma non gli risponde nessuno; poi capisce cosa c’è che non va, non si sente profumo d’arrosto ma puzza di bruciato. La tavola non è apparecchiata come dovrebbe, la figlia più piccola, “Bocciolo di rosa”, di otto mesi non è nella culla e la carrozzina è nel corridoio. Dalle camere da letto, di sopra, arriva corrente d’aria. Suonano alla porta, è la figlia dei vicini, la dolce signorina Julienne, che è venuta a dire che la piccola è da loro, sua moglie l’ha affidata ai vicini una mezz’ora prima senza dire nulla. Cardinaud lascia anche Jean da loro, dimentica il cappello e a passo pieno va dai suoceri. Poi rallenta, perché si rende conto che tutti lo guardano con curiosità. Nemmeno i genitori di Marthe l’hanno vista e allora prova dai suoi. “Non ha detto ancora nulla. Non ha ancora accennato nulla di preciso ed ecco che già gli parlano tranquillamente della fuga della moglie come se fosse…”. Sua madre lo guarda strano, a lui sembra di sentirli anche se non parlano, “Noi ti avevamo avvertito…”. Lui, invece, il figlio del cestaio, aveva voluto sposare quella donna, andarsene dal quartiere per diventare un “signore”. Tornato a casa, l’uomo è incapace di pensare, si ritrova a cercare il portafogli sopra l’armadio, quello che contiene i documenti e tremila franchi messi da parte per l’imminente rata della casa. Ed è così che il signor Cardinaud si accorge che “Il portafogli era stato spostato. Era un po’ più in là, aperto. Conteneva ancora il certificato di matrimonio, ma i tremila franchi erano spariti”…

Comincia così l’incubo del ligio impiegato di una agenzia di assicurazioni Hubert Cardinaud che nell’arco di qualche giorno - raccontato in questo romanzo breve del prolifico scrittore belga Georges Simenon - si mette alla ricerca di sua moglie, pervicacemente intenzionato a riportarla a casa e a tornare alla sua routine quotidiana, senza alcuna esitazione nell’affrontare qualche pericolo e soprattutto la derisione e il pettegolezzo che subito gli dilaga intorno, quando a tutti si fa chiaro, che sua moglie Marthe è andata via con un poco di buono, Émile Chitard – il figlio di Titine, una delle donne che al mercato del pesce si apparta con gli uomini per qualche spicciolo – tornato dopo tanto tempo in città dalla quale si era allontanato per cercare fortuna in Africa. Un rosso segaligno che è stato il primo (e forse unico) amore di Marthe, nonostante si sia poi sposata con Hubert. “Lui aveva quindici anni e già l’amava. Non come si ama una donna ma come si ama un essere inaccessibile”. Cardinaud ha creduto alla realtà che si è creato, ha la donna che ha sempre amato, due bellissimi bambini, un lavoro dignitoso che gli ha consentito una posizione sociale migliore e che promette (chissà se è vero poi) di diventare socio dell’agenzia, la casa desiderata. Quanto al resto, lui ha sempre fatto finta di non vedere, di non sentire. Fin dalla prima notte di nozze, nonostante i timori di lei. Adesso si ritrova a pensare alle parole di sua moglie, “Aveva ragione lei quando, un tempo, sosteneva che lui non la conosceva”. Un amore assoluto? Resilienza? Perché un uomo che ha ottenuto un riscatto sociale accetta e abbraccia contento la condizione di “cornuto”? Come fa a sopportare la derisione della provincia pettegola, del piccolo borgo balneare Les Sables-d’Olonne, in cui tutti sanno tutto di tutti? Simenon non lo giudica, ma non fa simpatia il protagonista di questo romanzo di difficile definizione, un piccolo borghese che regge la sua vita su un equilibrio conquistato con sforzo e che non intende incrinare nemmeno quando l’imprevedibile irrompe e frantuma le certezze della sua esistenza. Non si piange addosso, nessun desiderio di vendetta lo anima, nessuna rabbia. Lo sfiora la vergogna ma con ostinazione sceglie di ignorarla e proseguire la sua ricerca: il signor Cardinaud vuole soltanto riavere ciò che si è conquistato. Simenon terminò questo romanzo il 22 luglio del 1941 e lo pubblicò nel 1942 presso Gallimard con il titolo Le Fils Cardinaud – in questo periodo Simenon si trovava nello Château de Terre-Neuve a Fontenay-le-Comte in Vandea; per due anni visse lì, dove si occupò anche dell’assistenza ai rifugiati belgi. Il titolo italiano del romanzo, Sangue alla testa, con cui fu pubblicato da Mondadori nel 1957, fu tratto dall'omonimo film francese Le sang à la tête del 1956, trasposizione dell'opera, con Jean Gabin, arrivato poi in Italia nel 1963. Una curiosità: la canzone dei titoli di testa “Se la cercherai”, scritta da Nico Fidenco e Nino P. Tassone, venne cantata da una giovanissima Loretta Goggi. Del film esiste anche una versione italiana del 1979. Il titolo scelto da Adelphi per l’edizione 2020 – che si inserisce nell’opera di pubblicazione/ripubblicazione delle opere di Simenon – appare assai più opportuno rispetto a quello della prima pubblicazione italiana che invece era deviante e giocava col cliché un po’ riduttivo che vuole Simenon autore di gialli. La prosa asciutta, tipica dell’autore belga, racconta un mondo, dipinge una scena di quella che lui chiamava “commedia umana” e che intendeva raccontare nei suoi romanzi; questa storia è una di quelle che Simenon definiva “romanzi duri” per distinguerle da quelle del commissario Maigret. È interessante ricordare che la tiratura complessiva della sua opera, costantemente assai letta, tradotta in oltre 50 lingue e pubblicata in più di 40 paesi, supera i 700milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database creato dall’UNESCO, Georges Simenon è il 15° autore più tradotto di sempre.



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