Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re

Il ritorno del Re
“Cavalcare, cavalcare, cavalcare nella notte”: l'hobbit Peregrino Tuc detto Pipino ha vissuto come in sogno il turbinoso viaggio da Rohan in groppa al mitico cavallo Ombromanto in compagnia di Gandalf. Ora Minis Tirith, capitale del reame di Gondor, è davanti ai suoi occhi, preceduta da enormi falò di allarme che annunciano lo scoppio della guerra. Pipino suscita la viva curiosità delle guardie incontrate lungo la strada, che chiedono a Mithrandir - con questo nome a Gondor è conosciuto Gandalf – chi sia quello strano Mezzuomo. Ricevuti dal severo e anziano Sovrintendente Denethor, i due membri della perduta Compagnia dell'Anello devono resistere ai suoi sguardi penetranti e alle sue domande furbe per non svelare nulla della folle missione di Frodo, la marcia verso il Monte Fato per distruggere l'Anello del potere, che lo vedrebbe senz'altro poco accondiscendente. In compenso Pipino conquista l'affetto e la stima del sovrano giurandogli fedeltà fino alla morte per riconoscenza a suo figlio Boromir, morto per difendere lui e Merry dagli Orchi. Mentre Denethor si fa raccontare tutto del valoroso sacrificio del figlio, Gandalf scalpita ma non gli è concesso di discutere con il Sovrintendente dello scontro imminente con Mordor, almeno per il momento. Intanto i cancelli della nera città dell'Oscuro Signore vomitano eserciti e macchine d'assedio, le navi dei corsari di Umbar risalgono il fiume diretti a Minas Tirith: nubi nere si addensano su Gondor, mentre nelle sue mura si concentrano le poco numerose truppe inviate dagli alleati. E tra gli alleati, quelli su cui si può fare meno affidamento paiono proprio Merry, Aragorn, Legolas e Gimli, che accompagnati da qualche decina di Raminghi si apprestano a percorrere sentieri che nessuno ha il coraggio di calpestare inseguendo un ambiguo messaggio di Elrond, sire elfico di Gran Burrone, che recita “I giorni sono brevi. Se hai premura, rimembra i Sentieri dei Morti” e fa riferimento a un'antica profezia. Si tratta di terre maledette, abitate probabilmente da terribili spettri, terre che però hanno una remota probabilità di poter svolgere un ruolo decisivo nella guerra contro Mordor. È quindi con la morte nel cuore che Éowyn saluta Aragorn, del quale è innamorata. Per scacciare il dolore vorrebbe seguire il fratello Éomer e il padre Theoden nella loro missione di soccorso a Gondor, ma le viene seccamente vietato. Ma una principessa guerriera di Rohan può rassegnarsi a restare a casa mentre tutto ciò che le è più caro va incontro a una battaglia che ha molte probabilità di essere l'ultima?
Terzo memorabile capitolo per la saga de Il Signore degli Anelli, che deflagra con lo scontro finale tra un Sauron a dire il vero un po' meno minaccioso e potente di quanto non si sia lasciato credere nei primi due romanzi e il trono di Gondor, affiancato da inattesi - ma decisivi - alleati. Eppure il cuore della narrazione non batte nelle grandiose scene di battaglia dell'assedio di Minas Tirith o dell'incursione delle truppe guidate da Aragorn e Gandalf nel territorio di Mordor, disperata ma geniale mossa diversiva per distogliere l'attenzione dell'Oscuro Signore dal Monte Fato. Batte piuttosto nella lenta, dolorosa marcia di Frodo, Sam e Gollum verso il loro destino: nel crepuscolo plumbeo della via per Cirith Ungol, lungo le interminabili scale che conducono al soffocante e nero budello della tana di Shelob, nel caos sanguinario da macelleria delle caserme degli Orchi. Il lettore arranca al fianco dei protagonisti tra sassi e cenere, in wasteland dimenticate da Dio, oppresso dall'angoscia e dalla paura. Ma come Frodo, seppur disperato - anzi certo che la morte lo attende alla fine della strada - il lettore avanza, perché è nelle sue mani e in quelle di due malandati hobbit l'unica speranza del mondo libero. Non nell'acciaio, non negli eserciti, non nella magia, non nel potere: la via per la salvezza e la redenzione è quel sentiero pietroso e brullo, che a malapena si distingue nella fuliggine. L'amaro, ironico paradosso del romanzo di Tolkien sta tutto qua: elfi, stregoni, ent, hobbit e nani si battono all'ultimo sangue al fianco degli uomini, ma il trionfo di questi ultimi contro l'Oscuro Signore significherà l'avvento di una nuova era (la quarta, secondo la cronologia dello scrittore britannico, certosinamente annotata in appendice assieme ad approfondimenti e note che sarebbero spunti per decine e decine di spin-off) per la Terra di Mezzo, un'era che li marginalizzerà, un'era sempre meno legata al naturale e al soprannaturale. Nasce qui, con Aragorn che rivendica il regno di Mordor e alcuni dei protagonisti che salpano per sempre dai Porti Grigi verso l'oblio e l'esilio (non riveleremo quali, keep calm and don't have spoiler) la  tradizione cavalleresca, una tradizione pre-storica a sua volta destinata ad andare in crisi con la nascita della modernità, millenni più avanti.

 

 

 
 
 
 
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